"Io non ho che te
cuore della mia razza"
I due versi in
epigrafe a "Isola", poesia di Oboe sommerso (1932), sono molto
più; che un segnale intellettuale o un'indicazione
di poetica. Per Salvatore Quasimodo sono l'evidenza di una
storia privata che si trasforma in mito e in simbolo. L'isola
è;, naturalmente, la Sicilia: una Sicilia per la quale
valgono ancora queste parole: "In principio era il mito: l'isola
era individuo e uomo solo; e Sicilia significa per Quasimodo
ancora infanzia esilio e paesaggio del mito mediterraneo:
ma (anche) un luogo della storia" ("Itinerario di S.Quasimodo",
introduzione a Poesie e Discorsi sulla poesia, Meridiani Mondadori,
1971). Anzitutto, il primo mito quasimodiano (primo non cronologicamente
ma emozionalmente), quello della "solitudine impenetrabile",
ha un suo preciso punto di riferimento nell'originaria Sicilia.
Ma l'isola è; un referente biografico e insieme psicologico
che viene lentamente modificandosi, trasfigurando l'antefatto
generico di un'infanzia (reale) perduta in (mitica) età;
dell'oro (pure perduta). Anche la nostalgia della propria
terra lasciata per un lavoro che conduceva lontano, dapprima
lungo l'Italia, poi a Milano, città; in cui "c'è;
pure la macchina / che stritola i sogni", diventa un modo
per evocare fantasmi remoti, giochi e persone lontane, ricordi
personali o memorie storiche, poeti d'alta scuola come il
notaro Jacopo da Lentini e altra letteratura. Insomma, è;
assodato e sostenibile che c'è; in Quasimodo un'evoluzione,
nel modo di concepire la Sicilia nel tempo e nello spazio:
per cui la Sicilia emozionale della "brigata lieve" di "Vento
a Tì;ndari" e di altre poesie di Acque e terre (1930)
risulta diversa e diversamente leggibile rispetto a quella
di tanti anni dopo; di, per fare qualche esempio, "Un'anfora
di rame" o di "Al padre» (entrambe da La terra impareggiabile,
1958); oppure di "Nell'isola" (Dare e avere, 1966), che suona
quasi commemorazione del sé isolano nel passato ripercorso
fra memoria individuale e memoria storica. In quella primaria
mitologia poetica che il giovane si trovò; a creare
e poi a percorrere, gli elementi essenziali erano inizialmente
realistici, mediati nel sentimento soltanto dalla forza del
linguaggio, dalla ricerca di un'invenzione e di una cifra
particolari e specifiche della nuova poesia: il mito è;
un sogno d'infanzia autentica, di un passato perfetto e irritrovabile.
In altri casi, dichiarati dagli anni trascorsi, l'isola sarà;
ricordo ma anche volontaria strutturazione del mito a scopo
poetico ; e una mitica figurazione sconvolge perfino la storia,
in cui la Sicilia degli arabi e dei normanni, dei crociati
e degli svevi si caratterizza nell'attualità; del sottosviluppo,
della miseria e della protesta, qua e là; nascoste
e sublimate dallo scatto verbale e stilistico. Ma fra "Vento
a Tì;ndari" e "Nell'isola", due estremi "alti" di una
vocazione ininterrotta, corrono all'incirca 36 anni, e non
sono pochi. A livello tematico, la Sicilia musicale e immaginativa
del giovane Quasimodo è stata in parte riassorbita
nell'Italia reale degli anni Cinquanta attraverso una inarrestabile
anche se lenta trasformazione sociale ed economica: dunque,
anche la storia recente ha una sua parte nella poesia, il
mito serve soltanto al poeta, anzi ai poeti isolani, mentre
l'impegno poetico è aperto alla realtà;. Del
resto si veda quale e quanta importanza abbia avuto per Quasimodo
proprio la Milano invivibile, la civiltà dell'atomo
al suo vertice, e via discorrendo. E poi, fra Sicilia e Milano,
e il resto dell'Italia o addirittura il resto del mondo (da
Quasimodo, laureato col Nobel, in seguito visitato e commentato),
passa qualcosa di essenziale: s'intende, ancora una volta,
il linguaggio, lo stile, la ricerca assidua di una voce propria
che diventasse strumento attivo e inequivoco di quello che
il poeta chiamava "l'indizio creativo". Su questa creatività;
Quasimodo strutturò la propria vicenda di poeta innovativo,
edificò; con invenzione ed emozione un linguaggio che
si evolve e muta quasi ad ogni libro successivo, non più;
solo per trovare una propria linea, ma per curiosità
e a conferma delle qualità; di quella voce che sperimenta
nuove possibilità di canto.
Verso o strofa,
ritmo e musica sono gli strumenti di questa ricerca, che le
varianti ai testi definitivi hanno in più casi illustrato
e dichiarato: anche con minuzia, e accanimento sulla parola,
sui significanti, con un perfezionismo che dimostra un grande
amore e una grande professionalità. Di queste varianti
si è dato esempio nella citata opera omnia del poeta.
Ma alcuni ritrovamenti di fogli e carte autografe consentono
di tornare sull'argomento del "labor limae" quasimodiano mentre
forniscono dati e suggerimenti anche sul piano dei significati
o tematiche: con particolare riferimento alla reale e mitica
Sicilia del poeta. É questo che giustifica l'estrapolazione
di quattro famose poesie dal loro originario contesto e la
pubblicazione abbinata delle stesse e delle loro precedenti
stesure, prove d'autore, sinopie (per così dire) dei
futuri affreschi sugli intonaci esigentissimi della poesia
compiuta e definitiva come la conosciamo.
Si tratta delle
quattro poesie raggruppate sotto il titolo "Dalla Sicilia",
una delle sezioni centrali della raccolta "Il falso e vero
verde", del 1956. Libro "magro" di un poeta esigente, incontentabile,
severissimo con i propri testi, Il falso e vero verde comprende
in tutto quattordici poesie scritte fra il 1949 e l'inizio
del 1956 (sette delle quali già pubblicate in edizione
d'arte, con illustrazioni di G.Manzù, due anni prima),
accompagnate da traduzioni e soprattutto dal notissimo "Discorso
sulla poesia" del 1953, vera e propria dichiarazione di poetica
realistica e di "sublime". Il piccolo libro è suddiviso
in quattro sezioni, le prime tre di quattro poesie ciascuna,
l'ultima di due. I titoli sono, nell'ordine: "Il falso e vero
verde", "Dalla Sicilia", "Quando caddero gli alberi e le mura",
"Epigrammi".
Si è scritto
altrove che Il falso e vero verde è un libro di crisi,
che esce in un anno politicamente e letterariamente particolare,
destinato a costituire lo spartiacque fra le poetiche del
dopoguerra (realismo) e quelle più prossime a noi (sperimentalismo,
avanguardie ecc.). Pronto a dubitare, nonostante il suo notorio
progressismo, della credibilità e della positività,
per l'uomo, di una società che si evolve verso "il
benessere" e verso "i consumi", Quasimodo traccia, in questa
raccolta poetica, i confini di un'incertezza storica e sociale
più che esistenziale o poetica: fra le memorie della
guerra e della Resistenza e la loro banalizzazione nelle cerimonie
e nelle vuote parate; fra la politica della guerra fredda
e l'apertura degli anni Sessanta; fra il benessere apparente
e l'autentica miseria e il sottosviluppo della sua isola,
così come del Terzo Mondo; fra le speranze dorate e
lo spreco reale del neocapitalismo. E di questa incertezza
è spia proprio "l'oscillazione, così umana,
del poeta fra le sue creature di parole e di meditazione"
(Invito alla lettura di Quasimodo, Mursia, 1986).
Le quattro sezioni
del Falso e vero verde rispecchiano quasi simmetricamente
altrettanti temi: quello politico e resistenziale, un'argomento
centrale al lavoro del poeta negli anni Quaranta e Cinquanta,
compare in evidenza nella sezione "Quando caddero gli alberi
e le mura", dove il ricordo emozionato dei martiri si combina
con la profonda delusione del presente. Esistenziale e memoriale,
invece, il tema di fondo della prima sezione, eponima, che
esprime i dubbi sulla "civiltà delle macchine" che
si va delineando. Ora che il "secondo risorgimento" è
affossato, ora che per l'uomo si preparano nuove città,
nuove società, rimane soltanto il poeta, la sua parola,
il suo cantare di Cassandra inascoltata. Nel messaggio poetico
sta nascosto l'insegnamento: che non è più l'epica
tragica della lotta popolare contro il fascismo, che non è
l'impegnato passaggio dal monologo ermetico al dialogo neorealistico
ma piuttosto l'indignazione morale, il mito che si trasforma
in etica, il sentimento che si traduce in linguaggio.
Anche se, già
nella prima sezione del libro, "Le morte chitarre" è
certamente una poesia isolana - una grande epopea che fu,
a suo tempo, musicata dal cantautore Domenico Modugno -, è
soprattutto in "Dalla Sicilia" che risalta il grido e il ricordo
quasimodiano di un mito individuale e di una nostalgia. Di
qui l'opportunità di riproporre in edizione "siciliana"
le quattro poesie in questione insieme alle riproduzioni dei
rispettivi manoscritti che ne tracciano la storia interna,
storia di ripensamenti, pentimenti, incertezze, riprese, abbandoni,
annotazioni e così via.
Ed è proprio
a partire da questo aspetto tipicamente quasimodiano, cioè
dal linguaggio poetico, dal farsi verso e ritmo delle parole
anche più dense, intense, prometeiche rispetto all'umanità
da rinnovare ("rifare l'uomo: questo il problema capitale",
scriveva Quasimodo in "Poesia contemporanea", nel 1946), che
va accostato e compreso il nostro poeta. In quella, cioè,
che è l'istanza più aguzza e individuale del
"fare poesia" come tecnica, come ricerca e conquista che si
avvale di ogni elemento, ogni materiale, ogni sapienza del
fare medesimo per una "resa di bellezza", ossia per restituire
un valore estetico ai sentimenti umani e alle emozioni più
forti che il tempo e la storia abbiano potuto dare. Così,
dunque, il lavorìo dello scrittore sulle proprie creazioni
anche più complete e definitive, va letto in questa
prospettiva: scoprire, mettere a nudo come le parole-emozioni
prendano forma attraverso tentativi successivi, per mezzo
di termini, frasi e versi sbagliati e provvisori i quali però
sempre più, col lavoro, la sperimentazione e la riprova,
si avvicinano alla lezione finale, che verrà accolta
e tenuta per buona dallo scrittore stesso. Anche se si tratta,
pur sempre, di approssimazioni, nel senso che una forma apparentemente
definitiva è invece perpetuamente in fieri, come se
il poeta ogni volta che riprende in mano e rilegge le proprie
poesie ne fosse scontento, e perciò pronto ancora a
mutare e a correggere - come suggeriscono appunto i famigerati
apparati di varianti. Quegli apparati e quelle varianti che,
da poeta e da vivo, Quasimodo detestava e irrideva, con l'ironia
siciliana ma anche con la logica del creatore di forme assolute,
indimenticabili.
In realtà,
ancor prima di qualsiasi commento, chiunque potrà,
leggendo, mettere a confronto i testi e i rispettivi manoscritti
che pubblichiamo: il semplice accostamento rivela l'arduo
lavoro dello scrittore. Purtroppo non è possibile ricostruire
l'ordine cronologico delle pagine manoscritte che in senso
stretto sono le prove o le brutte copie delle poesie "Che
lunga notte", "Al di là delle onde delle colline",
"Vicino a una torre saracena, per il fratello morto", "Tempio
di Zeus ad Agrigento".
"Che lunga notte"
e "Al di là delle onde delle colline" erano in origine
unite sotto il titolo "Ballata del 20 agosto 1954". Una delle
varie stesure (si veda) reca la datazione "Asolo, agosto 1954".
La poesia, o meglio le due poesie, prendono forma a poco a
poco, entrambe però ancora lontane dal testo definitivo.
Versi che cadono, elementi verbali che si spostano, ricerche
di parole e di ritmi, fino alla stesura più prossima
all'attuale. In un manoscritto probabilmente posteriore, siglato
e datato "1954-55", le due poesie si trovano riunite nella
forma definitiva sotto l'unico titolo "Frammenti siciliani"
e distinte con i ("Che lunga notte") e 2 ("Al di là
delle onde delle colline"). Il penultimo verso di "Che lunga
notte" recita: "ed il cane e la rana, allucinate". Un'unica
stesura provvisoria per "Vicino a una torre saracena, per
il fratello morto", consente di valutare direttamente le differenze
fra questo testo e il definitivo.
Più complessa
la situazione di "Tempio di Zeus ad Agrigento", che in uno
di questi manoscritti é datata "notte 14 gennaio 1956
Milano".
Nella medesima pagina compaiono altre precedenti stesure o
tentativi di stesure di parti della medesima poesia. La ricostruzione
è praticamente impossibile. Vale tuttavia la pena di
fare un unico, significativo esempio della mutazione che tocca
un distico o un terzetto. Scegliamo i tre versi all'inizio
di questa poesia: sono versi descrittivi, non particolarmente
intensi né fortemente caratterizzati. Le varianti dell'incontentabilità
toccano soprattutto il secondo e il terzo verso (il primo
trova quasi subito la sua "forma"). La stesura pubblicata
è la seguente:
"La ragazza seduta sull'erba alza
dalla nuca i capelli ruvidi e ride
della corsa e del pettine smarrito".
Ed ecco, attraverso
le varianti successive (in serie logica, ma non sappiamo se
cronologica), come si comporta lo scrittore nei confronti
di significanti alquanto, come si è detto, "neutri":
A "La ragazza si lega i capelli
a coda di cavallo, seduta sull'erba:
forse anche questo è l'eterno,
e ride la sua follia infantile
per il pettine smarrito - perduto"
(qui un punto
interrogativo: "?"; in alto, sopra "si lega i capelli": "si
alza i capelli" e "sulla nuca", quest'ultimo sintagma con
segno di riporto a dopo "cavallo")
B "La ragazza seduta sopra l'erba,
alza i capelli a coda di cavallo
sulla nuca, confusi nella corsa
e ride in gioco di follia ironica
per il suo pettine rosa smarrito"
C "La ragazza seduta sull'erba, alza
ora icapelli a coda di cavallo
sulla nuca: forse anche questo è l'eterno,
e ride in gioco di follia infantile
per il suo pettine rosa smarrito"
D "La ragazza seduta sull'erba, alza
lieve i capelli, a coda di cavallo,
sulla nuca: forse [illeggibile] l'eterno
per il suo pettine rosa smarrito"
E "La ragazza seduta sull'erba, alza
dalla nuca i capelli ruvidi e ride
della corsa e del pettine perduto".
F "La ragazza seduta sull'erba, alza
sulla nuca i capelli ruvidi e ride
della corsa e del pettine perduto"
Sembra - ma non
è affatto - un gioco colto e sfaccendato: è
invece il segno, il simbolo medesimo della poesia che cresce,
che cerca e a volte (non sempre) trova. Quello che ne risulta,
però, non è semplicemente una tecnica raffinata
o un insegnamento letterario, tutt'altro.
É la Sicilia ed è la vita che emozionano in
modo duraturo e globale, prima ancora che dalle varianti si
traggano modelli esemplari: la Sicilia nelle sue due misure,
antica e recente. Le figurazioni della memoria mitica che
parte dal tempio di Zeus, dalle torri saracene e dai crociati,
il canto degli antichi poeti, le invasioni e le guerre, mescolate
alle zàgare, alla canicola, agli emblemi e alle evidenze
di un paesaggio, di un clima, di una terra particolare; e
quindi, la poesia finisce per diventare un naturale richiamo
al reale, al presente di misera vita, all'epica contadina,
alla lotta di uomini per il proprio futuro.
Sulle mappe del dramma isolano non scattano soltanto le incertezze,
la problematicità o la drammaticità: c'è
anche una terra del dialogo, del sogno e del viaggio, che
balza visionariamente dai ritmi vivaci che il poeta ripercorre
ormai fermo (ma non placato, non "saggio") nella "sua" Milano,
accanto alle campane di San Simpliciano: "Che lunga notte
e lna rosa e verde...». É un'immagine quasi lieta,
un segno che esclude l'ironia. Ma il colore non basta, e i
sintomi del dubbio, non solo epico o lirico, ma semplicemente
umano e poetico, investono queste quattro poesie, anzi tutto
questo libro di fronte alla struttura del mondo che va (andrebbe)
modificato a misura d'uomo.
Ci prova, ci proverà sempre, forse invano, la poesia.
Milano, novembre
1988 GILBERTO FINZI