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Dalla Sicilia

Poesie:

Che lunga notte

Al di là delle onde delle colline

Vicino a una torre saracena, per il fratello morto

Tempio di Zeus ad Agrigento

I Manoscritti inediti
(in ordine di ritrovamento)

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salvatore quasimodo

"Dalla Sicilia"
Quattro poesie e manoscritti inediti

CENTRO NAZIONALE Dl STUDI SU SALVATORE QUASIMODO


Questo libro nasce da una conversazione con Alessandro Quasimodo, durante una pausa dei lavori del Convegno. "Quasimodo e il post-ermetismo" tenutosi a Modica nel maggio del 1988.

L'anniversario, prossimo, dell'assegnazione del Nobel meritava attenzione ed il Centro, malgrado le difficoltà nelle quali si muovono oggi le istituzioni culturali, intendeva esprimere un impegno che testimoniasse quanto scrupolosa ed esigente fosse la ricerca dell'"esule involontario", quando intraprendeva la tormentata strada dei ritorno.

Il ritrovamento di manoscritti relativi alle quattro poesie della sezione "Dalla Sicilia" de «Il falso e vero verde» si proponeva come il naturale contenuto del nostro progetto; la pubblicazione delle poesie, nella loro stesura definitiva, e degli autografi è utile ad individuare gli intrigati percorsi attraverso i quali la poesia emerge verso la luce. Alessandro Quasimodo, mostrando di apprezzare il nostro lavoro, ci ha concesso le carte del Padre, e gliene siamo molto grati; un vivo ringraziamento esprimiamo anche alla Casa editrice Mondadori.


nota introduttiva di Gilberto Finzi

"Io non ho che te
cuore della mia razza"

I due versi in epigrafe a "Isola", poesia di Oboe sommerso (1932), sono molto più; che un segnale intellettuale o un'indicazione di poetica. Per Salvatore Quasimodo sono l'evidenza di una storia privata che si trasforma in mito e in simbolo. L'isola è;, naturalmente, la Sicilia: una Sicilia per la quale valgono ancora queste parole: "In principio era il mito: l'isola era individuo e uomo solo; e Sicilia significa per Quasimodo ancora infanzia esilio e paesaggio del mito mediterraneo: ma (anche) un luogo della storia" ("Itinerario di S.Quasimodo", introduzione a Poesie e Discorsi sulla poesia, Meridiani Mondadori, 1971). Anzitutto, il primo mito quasimodiano (primo non cronologicamente ma emozionalmente), quello della "solitudine impenetrabile", ha un suo preciso punto di riferimento nell'originaria Sicilia. Ma l'isola è; un referente biografico e insieme psicologico che viene lentamente modificandosi, trasfigurando l'antefatto generico di un'infanzia (reale) perduta in (mitica) età; dell'oro (pure perduta). Anche la nostalgia della propria terra lasciata per un lavoro che conduceva lontano, dapprima lungo l'Italia, poi a Milano, città; in cui "c'è; pure la macchina / che stritola i sogni", diventa un modo per evocare fantasmi remoti, giochi e persone lontane, ricordi personali o memorie storiche, poeti d'alta scuola come il notaro Jacopo da Lentini e altra letteratura. Insomma, è; assodato e sostenibile che c'è; in Quasimodo un'evoluzione, nel modo di concepire la Sicilia nel tempo e nello spazio: per cui la Sicilia emozionale della "brigata lieve" di "Vento a Tì;ndari" e di altre poesie di Acque e terre (1930) risulta diversa e diversamente leggibile rispetto a quella di tanti anni dopo; di, per fare qualche esempio, "Un'anfora di rame" o di "Al padre» (entrambe da La terra impareggiabile, 1958); oppure di "Nell'isola" (Dare e avere, 1966), che suona quasi commemorazione del sé isolano nel passato ripercorso fra memoria individuale e memoria storica. In quella primaria mitologia poetica che il giovane si trovò; a creare e poi a percorrere, gli elementi essenziali erano inizialmente realistici, mediati nel sentimento soltanto dalla forza del linguaggio, dalla ricerca di un'invenzione e di una cifra particolari e specifiche della nuova poesia: il mito è; un sogno d'infanzia autentica, di un passato perfetto e irritrovabile. In altri casi, dichiarati dagli anni trascorsi, l'isola sarà; ricordo ma anche volontaria strutturazione del mito a scopo poetico ; e una mitica figurazione sconvolge perfino la storia, in cui la Sicilia degli arabi e dei normanni, dei crociati e degli svevi si caratterizza nell'attualità; del sottosviluppo, della miseria e della protesta, qua e là; nascoste e sublimate dallo scatto verbale e stilistico. Ma fra "Vento a Tì;ndari" e "Nell'isola", due estremi "alti" di una vocazione ininterrotta, corrono all'incirca 36 anni, e non sono pochi. A livello tematico, la Sicilia musicale e immaginativa del giovane Quasimodo è stata in parte riassorbita nell'Italia reale degli anni Cinquanta attraverso una inarrestabile anche se lenta trasformazione sociale ed economica: dunque, anche la storia recente ha una sua parte nella poesia, il mito serve soltanto al poeta, anzi ai poeti isolani, mentre l'impegno poetico è aperto alla realtà;. Del resto si veda quale e quanta importanza abbia avuto per Quasimodo proprio la Milano invivibile, la civiltà dell'atomo al suo vertice, e via discorrendo. E poi, fra Sicilia e Milano, e il resto dell'Italia o addirittura il resto del mondo (da Quasimodo, laureato col Nobel, in seguito visitato e commentato), passa qualcosa di essenziale: s'intende, ancora una volta, il linguaggio, lo stile, la ricerca assidua di una voce propria che diventasse strumento attivo e inequivoco di quello che il poeta chiamava "l'indizio creativo". Su questa creatività; Quasimodo strutturò la propria vicenda di poeta innovativo, edificò; con invenzione ed emozione un linguaggio che si evolve e muta quasi ad ogni libro successivo, non più; solo per trovare una propria linea, ma per curiosità e a conferma delle qualità; di quella voce che sperimenta nuove possibilità di canto.

Verso o strofa, ritmo e musica sono gli strumenti di questa ricerca, che le varianti ai testi definitivi hanno in più casi illustrato e dichiarato: anche con minuzia, e accanimento sulla parola, sui significanti, con un perfezionismo che dimostra un grande amore e una grande professionalità. Di queste varianti si è dato esempio nella citata opera omnia del poeta. Ma alcuni ritrovamenti di fogli e carte autografe consentono di tornare sull'argomento del "labor limae" quasimodiano mentre forniscono dati e suggerimenti anche sul piano dei significati o tematiche: con particolare riferimento alla reale e mitica Sicilia del poeta. É questo che giustifica l'estrapolazione di quattro famose poesie dal loro originario contesto e la pubblicazione abbinata delle stesse e delle loro precedenti stesure, prove d'autore, sinopie (per così dire) dei futuri affreschi sugli intonaci esigentissimi della poesia compiuta e definitiva come la conosciamo.

Si tratta delle quattro poesie raggruppate sotto il titolo "Dalla Sicilia", una delle sezioni centrali della raccolta "Il falso e vero verde", del 1956. Libro "magro" di un poeta esigente, incontentabile, severissimo con i propri testi, Il falso e vero verde comprende in tutto quattordici poesie scritte fra il 1949 e l'inizio del 1956 (sette delle quali già pubblicate in edizione d'arte, con illustrazioni di G.Manzù, due anni prima), accompagnate da traduzioni e soprattutto dal notissimo "Discorso sulla poesia" del 1953, vera e propria dichiarazione di poetica realistica e di "sublime". Il piccolo libro è suddiviso in quattro sezioni, le prime tre di quattro poesie ciascuna, l'ultima di due. I titoli sono, nell'ordine: "Il falso e vero verde", "Dalla Sicilia", "Quando caddero gli alberi e le mura", "Epigrammi".

Si è scritto altrove che Il falso e vero verde è un libro di crisi, che esce in un anno politicamente e letterariamente particolare, destinato a costituire lo spartiacque fra le poetiche del dopoguerra (realismo) e quelle più prossime a noi (sperimentalismo, avanguardie ecc.). Pronto a dubitare, nonostante il suo notorio progressismo, della credibilità e della positività, per l'uomo, di una società che si evolve verso "il benessere" e verso "i consumi", Quasimodo traccia, in questa raccolta poetica, i confini di un'incertezza storica e sociale più che esistenziale o poetica: fra le memorie della guerra e della Resistenza e la loro banalizzazione nelle cerimonie e nelle vuote parate; fra la politica della guerra fredda e l'apertura degli anni Sessanta; fra il benessere apparente e l'autentica miseria e il sottosviluppo della sua isola, così come del Terzo Mondo; fra le speranze dorate e lo spreco reale del neocapitalismo. E di questa incertezza è spia proprio "l'oscillazione, così umana, del poeta fra le sue creature di parole e di meditazione" (Invito alla lettura di Quasimodo, Mursia, 1986).

Le quattro sezioni del Falso e vero verde rispecchiano quasi simmetricamente altrettanti temi: quello politico e resistenziale, un'argomento centrale al lavoro del poeta negli anni Quaranta e Cinquanta, compare in evidenza nella sezione "Quando caddero gli alberi e le mura", dove il ricordo emozionato dei martiri si combina con la profonda delusione del presente. Esistenziale e memoriale, invece, il tema di fondo della prima sezione, eponima, che esprime i dubbi sulla "civiltà delle macchine" che si va delineando. Ora che il "secondo risorgimento" è affossato, ora che per l'uomo si preparano nuove città, nuove società, rimane soltanto il poeta, la sua parola, il suo cantare di Cassandra inascoltata. Nel messaggio poetico sta nascosto l'insegnamento: che non è più l'epica tragica della lotta popolare contro il fascismo, che non è l'impegnato passaggio dal monologo ermetico al dialogo neorealistico ma piuttosto l'indignazione morale, il mito che si trasforma in etica, il sentimento che si traduce in linguaggio.

Anche se, già nella prima sezione del libro, "Le morte chitarre" è certamente una poesia isolana - una grande epopea che fu, a suo tempo, musicata dal cantautore Domenico Modugno -, è soprattutto in "Dalla Sicilia" che risalta il grido e il ricordo quasimodiano di un mito individuale e di una nostalgia. Di qui l'opportunità di riproporre in edizione "siciliana" le quattro poesie in questione insieme alle riproduzioni dei rispettivi manoscritti che ne tracciano la storia interna, storia di ripensamenti, pentimenti, incertezze, riprese, abbandoni, annotazioni e così via.

Ed è proprio a partire da questo aspetto tipicamente quasimodiano, cioè dal linguaggio poetico, dal farsi verso e ritmo delle parole anche più dense, intense, prometeiche rispetto all'umanità da rinnovare ("rifare l'uomo: questo il problema capitale", scriveva Quasimodo in "Poesia contemporanea", nel 1946), che va accostato e compreso il nostro poeta. In quella, cioè, che è l'istanza più aguzza e individuale del "fare poesia" come tecnica, come ricerca e conquista che si avvale di ogni elemento, ogni materiale, ogni sapienza del fare medesimo per una "resa di bellezza", ossia per restituire un valore estetico ai sentimenti umani e alle emozioni più forti che il tempo e la storia abbiano potuto dare. Così, dunque, il lavorìo dello scrittore sulle proprie creazioni anche più complete e definitive, va letto in questa prospettiva: scoprire, mettere a nudo come le parole-emozioni prendano forma attraverso tentativi successivi, per mezzo di termini, frasi e versi sbagliati e provvisori i quali però sempre più, col lavoro, la sperimentazione e la riprova, si avvicinano alla lezione finale, che verrà accolta e tenuta per buona dallo scrittore stesso. Anche se si tratta, pur sempre, di approssimazioni, nel senso che una forma apparentemente definitiva è invece perpetuamente in fieri, come se il poeta ogni volta che riprende in mano e rilegge le proprie poesie ne fosse scontento, e perciò pronto ancora a mutare e a correggere - come suggeriscono appunto i famigerati apparati di varianti. Quegli apparati e quelle varianti che, da poeta e da vivo, Quasimodo detestava e irrideva, con l'ironia siciliana ma anche con la logica del creatore di forme assolute, indimenticabili.

In realtà, ancor prima di qualsiasi commento, chiunque potrà, leggendo, mettere a confronto i testi e i rispettivi manoscritti che pubblichiamo: il semplice accostamento rivela l'arduo lavoro dello scrittore. Purtroppo non è possibile ricostruire l'ordine cronologico delle pagine manoscritte che in senso stretto sono le prove o le brutte copie delle poesie "Che lunga notte", "Al di là delle onde delle colline", "Vicino a una torre saracena, per il fratello morto", "Tempio di Zeus ad Agrigento".

"Che lunga notte" e "Al di là delle onde delle colline" erano in origine unite sotto il titolo "Ballata del 20 agosto 1954". Una delle varie stesure (si veda) reca la datazione "Asolo, agosto 1954". La poesia, o meglio le due poesie, prendono forma a poco a poco, entrambe però ancora lontane dal testo definitivo. Versi che cadono, elementi verbali che si spostano, ricerche di parole e di ritmi, fino alla stesura più prossima all'attuale. In un manoscritto probabilmente posteriore, siglato e datato "1954-55", le due poesie si trovano riunite nella forma definitiva sotto l'unico titolo "Frammenti siciliani" e distinte con i ("Che lunga notte") e 2 ("Al di là delle onde delle colline"). Il penultimo verso di "Che lunga notte" recita: "ed il cane e la rana, allucinate". Un'unica stesura provvisoria per "Vicino a una torre saracena, per il fratello morto", consente di valutare direttamente le differenze fra questo testo e il definitivo.

Più complessa la situazione di "Tempio di Zeus ad Agrigento", che in uno di questi manoscritti é datata "notte 14 gennaio 1956 Milano".
Nella medesima pagina compaiono altre precedenti stesure o tentativi di stesure di parti della medesima poesia. La ricostruzione è praticamente impossibile. Vale tuttavia la pena di fare un unico, significativo esempio della mutazione che tocca un distico o un terzetto. Scegliamo i tre versi all'inizio di questa poesia: sono versi descrittivi, non particolarmente intensi né fortemente caratterizzati. Le varianti dell'incontentabilità toccano soprattutto il secondo e il terzo verso (il primo trova quasi subito la sua "forma"). La stesura pubblicata è la seguente:

"La ragazza seduta sull'erba alza
dalla nuca i capelli ruvidi e ride
della corsa e del pettine smarrito".

Ed ecco, attraverso le varianti successive (in serie logica, ma non sappiamo se cronologica), come si comporta lo scrittore nei confronti di significanti alquanto, come si è detto, "neutri":


A "La ragazza si lega i capelli
a coda di cavallo, seduta sull'erba:
forse anche questo è l'eterno,
e ride la sua follia infantile
per il pettine smarrito - perduto"

(qui un punto interrogativo: "?"; in alto, sopra "si lega i capelli": "si alza i capelli" e "sulla nuca", quest'ultimo sintagma con segno di riporto a dopo "cavallo")


B "La ragazza seduta sopra l'erba,
alza i capelli a coda di cavallo
sulla nuca, confusi nella corsa
e ride in gioco di follia ironica
per il suo pettine rosa smarrito"

C "La ragazza seduta sull'erba, alza
ora icapelli a coda di cavallo
sulla nuca: forse anche questo è l'eterno,
e ride in gioco di follia infantile
per il suo pettine rosa smarrito"

D "La ragazza seduta sull'erba, alza
lieve i capelli, a coda di cavallo,
sulla nuca: forse [illeggibile] l'eterno
per il suo pettine rosa smarrito"

E "La ragazza seduta sull'erba, alza
dalla nuca i capelli ruvidi e ride
della corsa e del pettine perduto".

F "La ragazza seduta sull'erba, alza
sulla nuca i capelli ruvidi e ride
della corsa e del pettine perduto"

Sembra - ma non è affatto - un gioco colto e sfaccendato: è invece il segno, il simbolo medesimo della poesia che cresce, che cerca e a volte (non sempre) trova. Quello che ne risulta, però, non è semplicemente una tecnica raffinata o un insegnamento letterario, tutt'altro.
É la Sicilia ed è la vita che emozionano in modo duraturo e globale, prima ancora che dalle varianti si traggano modelli esemplari: la Sicilia nelle sue due misure, antica e recente. Le figurazioni della memoria mitica che parte dal tempio di Zeus, dalle torri saracene e dai crociati, il canto degli antichi poeti, le invasioni e le guerre, mescolate alle zàgare, alla canicola, agli emblemi e alle evidenze di un paesaggio, di un clima, di una terra particolare; e quindi, la poesia finisce per diventare un naturale richiamo al reale, al presente di misera vita, all'epica contadina, alla lotta di uomini per il proprio futuro.
Sulle mappe del dramma isolano non scattano soltanto le incertezze, la problematicità o la drammaticità: c'è anche una terra del dialogo, del sogno e del viaggio, che balza visionariamente dai ritmi vivaci che il poeta ripercorre ormai fermo (ma non placato, non "saggio") nella "sua" Milano, accanto alle campane di San Simpliciano: "Che lunga notte e lna rosa e verde...». É un'immagine quasi lieta, un segno che esclude l'ironia. Ma il colore non basta, e i sintomi del dubbio, non solo epico o lirico, ma semplicemente umano e poetico, investono queste quattro poesie, anzi tutto questo libro di fronte alla struttura del mondo che va (andrebbe) modificato a misura d'uomo.
Ci prova, ci proverà sempre, forse invano, la poesia.

Milano, novembre 1988 GILBERTO FINZI

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