Paolo
Mario Sipala
I versi di quel ragazzo
"So che non stai
bene, che vivi,
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d'amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo". - Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
e alcuni versi in tasca.
Cosi scrive Quasimodo nella
Lettera alla madre (in La vita non e sogno, 1946-48).
Per ritrovare i versi in tasca (o meglio, nel cassetto) di quel
ragazzo e prescindendo da quella mitica fuga, occorre rileggere
il quaderno, poi ripudiato, di poesie a cui egli aveva dato
il titolo Bacia la soglia della tua casa e che e stato pubblicato
in edizione anastatica da Schettino, Siracusa, 1981.
Da ripetute testimonianze di Salvatore Pugliatti che, tra gli
amici degli anni messinesi 1916-18, fu, insieme a Giorgio La
Pira, tra i più vicini al poeta, sappiamo che alcune poesie
precedono questo quaderno ritrovato dal figlio Alessandro tra
le carte di Luigi Occhipinti, ma non compaiono in esso tranne
una, Profanazione; sappiamo altresi che il poeta dono allo stesso
Pugliatti nel 1930 un altro manoscritto intitolato Notturni
del re silenzioso nel quale comparivano soltanto tre delle poesie
raccolte in Bacia la soglia ed apparivano altri testi tra cui
Il fanciullo canuto (mai da lui voluto pubblicare) e il "primo
nucleo" di Acque e terre, il volume pubblicato a Firenze, nel
'30.
E' evidente, ed e confermato dalle testimonianze anche del cognato
Elio Vittorini, che il giovanissimo autore aveva operato una
rigorosa selezione distruggendo materialmente molta parte della
sua produzione e condannando la parte restante all'oblio.
"Ho frugato tra le mie carte, bruciando e mutilando - scrive
a Pugliatti il 29 gennaio 1929. Della produzione di dieci anni
non di lavoro continuo naturalmente ho salvato un centinaio
di pagine di poesia. Se, seguendo il mio istinto di calcolatore
burocratico, volessi fare una media vengono fuori dieci pagine
ogni anno, cioè a dire quasi una al mese. Siccome la poesia
non e verbo di tutti i giorni, credo che ancora qualcosa ci
debba essere da stroncare. Il senso dell'autocritica sottile,
insonne, mi vorrebbe far ritornare da capo; ma se l'ascoltassi
addio povere cose mie". (1)
Eppure, contro ogni esplicita volontà dell'autore, la critica
si spinge oltre le frontiere del ripudio, perché anche ciò che
e stato rifiutato e utile a chiarire - per contrasto - ciò che
e stato riconosciuto e legittimato. Anzi, se la chiarezza e
compitezza della trascrizione autografa dell'edizione fotostatica
siracusana e motivo di gioia per il lettore, il filologo si
rammarica che non si siano salvati i foglietti, irti di correzioni
e cancellature in cui venivano annotati ed elaborati quei testi:
il travaglio delle varianti, croce e delizia di quella scienza
che, dopo il "Contini fiorentino", tutti chiamano variantistica,
potrebbe dire come, per quali vie, attraverso quali approssimazioni
e tentativi il poeta abbia scelto le sue "segrete sillabe".
Una seconda questione riguarda l'utilità di leggere in maniera
autonoma il quaderno giovanile. Il suo inserimento tra tutte
le Poesie a cura di Gilberto Finzi, per ragioni interne alla
struttura dell'opera, era posto in appendice e quindi, di fatto,
sottratto alla curiosità e all'interesse del lettore medio che
gia' avesse ripercorso l'itinerario della grande poesia quasimodiana.
Persino tra i recensori pochi l'ebbero in considerazione. Averne
ora la disponibilità in edizione a se stante e' certamente una
novità che incoraggia una lettura diversa che abbia l'operetta
giovanile in primo piano.
Due sono pero le angolazioni possibili
di una tale lettura:
a) la considerazione "autonoma" del quaderno come uno di quei
manoscritti nel cassetto custoditi da tanti giovani scrittori;
in questo caso il manoscritto di Quasimòdo Salvatore, di
anni sedici, studente dell'Istituto Tecnico fisico-matematico
di Messina. (Dico Quasimòdo perché questa era la pronunzia
autentica del cognome e solo dopo il trasferimento nel Continente,
egli sposterà sulla i l'accento tonico).
Nel 1917 Messina era ancora una città di baracche, esiti del terremoto
del 1908. Gli studenti più avvertiti leggevano e parlavano di
letteratura e politica, attratti dal simbolismo e dal socialismo.
La cultura della provincia (non soltanto siciliana) era nei primi
decenni del Novecento, dominata da due modelli: Pascoli e D'Annunzio.
Essi governavano ogni ispirazione e vocazione poetica: per l'area
siciliana basti fare i nomi di Giuseppe Villaroel e di Vitaliano
Brancati che in versi fece il suo esordio letterario.
I nomi di Pascoli e D'Annunzio sono stati fatti anche per il primo
Quasimodo, insieme a quello di Verga, che pero' escluderei senz'altro:
lo scrittore verista non scrisse neppure un verso e niente della
sua opera matura poteva incoraggiare al lirismo.
Pascoli, invece, aveva insegnato letteratura latina all'Università
di Messina dal 1896 al 1903 e vi aveva lasciato tracce della sua
lezione culturale, tanto che il Prof. Federico Rampolla, che insegnava
italiano all'Istituto Tecnico frequentato da Salvatore Quasimodo,
aveva dedicato al poeta romagnolo un "importantissimo studio"
secondo la testimonianza di La Pira.
La presenza pascoliana e' più sensibile nella seconda parte del
quaderno, quella raccolta sotto il titolo Nei giardini della luce
e - ad esempio - negli atteggiamenti da "fanciullino" che traspaiono
da Nuvolette nel vespero, in certe cadenze iterative di La rondine
di luce ("il primo raggio, il primo luccicare/ accanto a tre piccoli
cipressi/ tre piccoli sogni abbandonati") e, più in generale,
in un clima agreste, in una ricerca di bontà fraterna e di tenerezze
sentimentali. Ma la seconda parte e la più debole: il giovane
autore probabilmente ha voluto porla dopo per una ragion pratica,
per un accorgimento comune a tante prime prove, cioè per dare
inizialmente al lettore-giudice il meglio di se'. Nella prima
parte del quaderno che da il titolo al tutto c'è, infatti, una
maggiore sicurezza espressiva e una scelta formale che punta al
preziosismo nelle situazioni liriche e nella nomenclatura: preziose,
naturalmente, le pietre (giada, ametista, agata, zaffiro, opale,
rubini), ma preziose anche le piante di questi suoi giardini (narciso,
magnolia, glicine, anemone, asfodelo, camelia, fiordaliso...)
e raffinata anche la combinazione degli elementi (l'arpa del nomade,
il guanciale di verbena, la porta di smeraldo, le glicinie de
l'aurora). Sistematica la disarticolazione della preposizione
articolata (ne la sera, a le porte, ne le lampade, su la cima)
di chiara derivazione dannunziana e di presunto effetto lirico.
Non mancano altri echi scolastici. Le "fuggenti tenebre" foscoliane
dall'ode All'amica risanata, la scelta di interlocutori come Poliziano
"amico dolce d'altri tempi" o di Jacopone a cui offre "le parole
più buone come fiori di campo".
Pascoli e D'Annunzio prevalgono, comunque. Ma quale Pascoli e
quale D'Annunzio? I due maestri offrivamo una gamma di proposte
e di soluzioni etico-liriche, spesso contrastanti tra loro e tra
le quali un giovane letterato provinciale era indotto a scegliere
. Quasimodo sceglie - a mio avviso - non tra ciò che divide i
due modelli, ma su ciò che li avvicina. Di D'Annunzio sembra prediligere
non le esaltazioni superomistiche, ma le estenuazioni e i languori
del Poema paradisiaco. E di
Pascoli i Poemi conviviali nella cui premessa veniva salutato
D'Annunzio (dopo gli scontri intercorsi) "fratello maggiore e
minore", i poemi in cui l'autore di Myricae aveva rovesciato la
poetica delle piccole cose (arbusta juvant humilesque myricae)
adattando il nuovo e più ambizioso motto: non omnes arbusta iuvant.
Alle spalle di questo D'Annunzio e di questo Pascoli e del loro
classicismo decadente c'è la grande esperienza del Parnasse contemporaine
che aveva tenuto il campo sino alla fine dell'Ottocento, diffondendo
l'esigenza estetistica e un gusto per la poesia descrittiva evocativa,
condotta con rigore formale più che con impeto romantico.
"Leggevamo - racconta Pugliatti - Baudelaire, il primo Mallarme'
e Verlaine, che a poco a poco divennero i nostri numi. Intorno
a quegli anni - dal 1917 al 1920 e dopo - a Messina quelli della
generazione precedente la nostra, parlavano e scrivevano di codesti
poeti, dei "simbolisti", si diceva genericamente e impropriamente".
(2)
E' forse legittimo, come ipotesi di lavoro, chiedersi se nell'aderenza
a certo classicismo parnassiano mediato attraverso Pascoli e D'Annunzio,
non si debbano cercare le radici della predilezione quasimodiana
per i lirici greci e latini.
Per concludere una valutazione "autonoma" del nostro quaderno,
si può dire che, in complesso, l'esperienza che esso rivela e
più letteraria che umana; non la vita come letteratura alla maniera
di D'Annunzio ne' la letteratura come vita, secondo il motto di
Carlo Bo e dei primi ermetici, ma certo una prevalenza del fatto
letterario sull'esperienza biografica. Mancano persino nel paesaggio
(che e convenzionale e scenografico) le tracce della terra siciliana
in cui Quasimodo aveva vissuto gli anni dell'infanzia errando,
appresso al padre ferroviere, da una stazioncina all'altra (Modica,
Aragona Caldara tra le zolfare di Agrigento, Sferro nella piana
di Catania, Comitini di nuovo nell'interno, Valsavoja tra gli
eucaliptus, Gela, terra di Eschilo, Messina terremotata). Tracce
che invece appaiono, senza ambiguità e senza artificiose mimetizzazioni
nella poesia adulta.
Bacia la soglia, dunque, più che un'autobiografia reale presenta
un'autobiografia ideale del poeta; il ritratto di un individuo
pensoso e infelice, precocemente maturo che dice di sentirsi (ha
appena 17-18 anni) "più vecchio, ma più buono", che mostra di
avvertire la dolcezza del ritorno prima di avere sperimentato
l'amarezza della partenza.
Sono stati d'animo mutuati dal Poema paradisiaco (che D'Annunzio
aveva scritto tra i 28 e i 29 anni) ed e evidentemente una posizione
alto-mimetica, uno sforzo di adeguarsi a modelli letterari scelti
come modelli di comportamento psicologico, oltre che di linguaggio.
Anche se accenna ai suoi "pallidi poemi" e si dichiara un "povero
poeta", il giovane Quasimodo avverte, più di ogni altro sentimento,
la sua vocazione letteraria. Anche in questo dannunziano, se e
vero che - secondo l'accostamento che proponiamo - "Luigi Chiarini,
recensendo Primo vere di D'Annunzio, accreditava l'immagine di
un poeta giovane chiamato alla poesia" (3) e - secondo
Carlo Bo - "Quasimodo si distingue per la fede assoluta nella
poesia e per il fatto di essersi creduto, senza sospetti d'alcun
genere, destinato alla poesia"(4).
Non sorprende in tale contesto di letterarieta' intrinseca, I'insistenza
giovanile sulla morte. Sembra naturale e molto poetico dirsi (o
sentirsi) terribilmente infelici per le piccole delusioni dell'adolescenza,
desiderare la morte, quando se ne e fisiologicamente lontani.
E' la vita che ci lega alla vita, che approfondisce le nostra
radici nella famiglia, nella societa', nella realta'. Nel poeta
adolescente, invece, c'e' un'ansia precoce di morire.
Ho citato un verso di Vento a Tindari (il secondo componimento
di Acque e terre) e il riferimento a questa lirica, che e il
termine ad quem del mio intervento, introduce alla possibilita
n.2 di leggere il quaderno. E' il manoscritto di un ragazzo
di provincia - si e detto - e come tale va collocato nelle coordinate
storico-culturali-ambientali di Messina 1917-1922. Ma quel ragazzo
si chiamava Quasimodo ed e diventato Quasimodo. Esiste una continuita'
tra l'uno e l'altro?
Rileggiamo:
Tindari, mite ti so
fra larghi colli pensile sull'acque
dell'isole dolci del dio,
oggi m'assali
e ti chini in cuore.
Salgo vertici aerei precipizi
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m'accompagna
s'allontana nell'aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi
da cui male mi trassi
e paure d'ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d'anima.
A te ignota e la terra
ove ogni giorno affondo
e segrete sillabe nutro:
altra luce ti sfoglia sopra i vetri
nella veste notturna,
e gioia non mia riposa
sul tuo grembo.
Aspro e' l'esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d'armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire;
e ogni amore e schermo alla tristezza,
tacito passo nel buio
dove mi hai posto
amaro pane a rompere.
Tindari serena torna;
soave amico mi desta
che mi sporga nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo m'ha cercato.
Michele Tondo ritiene che nei versi di una poesia L'inconsueto
di Bacia la soglia ("la lampada notturna ti sfogliava / sui
vetri del castello principesco") e' da rinvenire l'origine dell'interpretazione
che il Pugliatti dava dei versi di Vento a Tindari identificando
quel "ti" con una donna che con "rapido trapasso" si sarebbe
sostituita a Tindari, cui prima era indirizzato il discorso
.(5) Su questi due pronomi personali ("Tindari, mite
ti so" e "tu mi prendi / da cui male mi trassi") si era impigliata
anche la capacita ermeneutica di Eugenio Montale, uno che con
la cifra e la decifrazione dell'ermetismo doveva avere qualche
dimestichezza. Il 24 luglio 1931, egli aveva scritto a Salvatore
Pugliatti: "Ho letto il Suo saggio che mi piace moltissimo.
Mi ha illuminato da piu' lati una poesia che amavo a orecchio,
senz'averla mai penetrata a fondo. Forse i due vocativi iniziali,
cosi successivi, non segnano abbastanza chiaramente il passaggio
dal paese al fantasma femminile; di qui l'incertezza di molti".(6)
L'analisi complessiva del Pugliatti
che intendeva la lirica come una partitura musicale e che fu
uno dei primissimi scritti sul Quasimodo apparsi in sede nazionale,
parve al poeta "gloriosa" ma in nessun punto della sua risposta
si trova un'esplicita conferma dell'interpretazione che distingueva
i due tu, l'uno rivolto a Tindari, l'altro ad "una creatura
femminile che appare come lieve ombra". Sarebbe un'evocazione
dentro un'evocazione? E in quale funzione? Con quale giustificazione
o motivazione reale o lirica?
L'ipotesi del Pugliatti - a mio avviso - interrompe la coerenza
dell'unica rievocazione plausibile, quella di Tindari, emblema
della terra di Sicilia, da cui il poeta e stato strappato dal
breve (quattro anni) ma duramente sofferto esilio romano, trascorso
in poverta' e in modeste occupazioni (disegnatore tecnico in
cantiere, commesso di ferramenta, impiegato alla Rinascente).
Non basta l'analogia dei versi "Altra luce ti sfoglia sopra
i vetri notturni" con i versi gia' citati di Bacia la soglia
("la lampada notturna ti sfogliava") per stabilire una connessione
situazionale. E i versi successivi ("e gioia non mia riposa
sul tuo grembo") sarebbero di un realismo quasi osceno, comunque
molto sexy, se riferiti ad una donna infedele.
E lecito pensare che il trapasso
sia avvenuto, nell'ambito del linguaggio figurato, con l'adozione
di una di quelle che la retorica definisce "figure di pensiero"
e precisamente la personificazione o prosopopea che consiste
nel dare aspetto umano a cose inanimate. Trapasso molto in uso
nella tradizione letteraria (l'Italia del Petrarca diventa un
bel corpo di donna fitto di piaghe mortali): in questo caso
ancora piu naturale il passaggio dall'immagine della terra all'immagine
della donna che e madre, terra-madre. Piu resistente, invece,
il contatto tra il nostro quaderno e l'ultima strofe di Vento
a Tindari:
Tindari serena torna;
soave amico [il Pugliatti stesso] mi desta
che [il quale?] mi sporga [mi spinga, finga di spingermi]
nel cielo da una rupe
e io fingo timore [per lo scherzo] a chi non sa
che vento profondo [un turbamento interiore] mi ha cercato
- [mi ha sconvolto l'anima]
oppure
soave amico mi desta
che [nel momento in cui io] mi sporga [mi affacci]
nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo [un turbamento interiore] mi ha cercato.
Aveva scritto in un primo tempo:
"a chi non sa del vento/che m'ha cercato l'anima". Ma e comunque
chiaro che il turbamento profondo che ha sconvolto il poeta
facendogli sentire l'attrazione del vuoto, la dolce vertigine
della caduta, in un momento di distacco degli amici (la brigata
si e allontanata, "onda di suoni e amore") e di sonno della
ragione (l'assopimento da cui e destato) non sarebbe che la
tentazione di morte, l' "ansia precoce di morire" che rendeva
inquieto il ragazzo Quasimodo.
Altri segni di continuita', seppure nella diversita' di toni,
possono scorgersi tra Bacia la soglia e il contiguo Acque e
terre: il tema del ritorno, ad esempio; ma la sensualita', rude
ed aggressiva nel quaderno giovanile, si fa piu ovattata, pur
mantenendo l'interno ardore e la religiosita' evangelica, che
ricordava il messaggio del Nazareno e la figura di Magda, si
attenua o sparisce.
Ma e' l'analisi del linguaggio che ci permette di misurare
la continuita' e la distanza tra i due testi. Francesco Flora,
impostando nel 1951 una ricerca sul lessico della poesia italiana
novecentesca, cominciava da Quasimodo "perche' e' toccato appunto
a Quasimodo per le ragioni della sua arte, sia positive che
passive, di fermare quel lessico in cio' che esso ha comune
con la precedente poesia novecentesca e in quel che ha di piu
proprio e che corre nelle presenti aspirazioni dei giovani poeti".
Dalle poesie raccolte in Ed e subito sera egli estraeva 42 parole-tema,
quelle piu ricorrenti e di maggior rilievo in quanto "ripetono
un costante nucleo elementare d'immagine e di suono che si combina
con gli elementi ideativi dell'intero discorso": aria, vento,
luce, sera, cielo...(7)
Piu povero, ovviamente, il numero delle parole-tema che si puo
registrare in Bacia la soglia non piu di 20. Ed ancora piu significativa
la qualita' delle ricorrenze lessicali . In Ed e subito sera
la parola dominante era "morte" e poi, nell'ordine di grandezza
delle frequenze, "acqua" e "terra", che il Flora giudicava "elementi
fondamentali della costituzione del linguaggio di Quasimodo"
. In Bacia la soglia, invece, le parole-tema piu frequenti sono,
a parita', "sogni" e "stelle".
Gli elementi fondamentali di un mondo fantastico prevalgono
sugli elementi fondamentali di un mondo naturale, terracqueo,
i quali saliranno in primo piano in un processo di conquistata
aderenza alla realta'. Il quaderno messinese, dunque, "preistoria"
di Quasimodo, antefatto di una storia che comincia dopo, nel
1930?
Sono riluttante a queste formule come all'altra analoga della
"scuola che prepara alla vita" e sarebbe forse una non-vita,
una fase di attesa della vita? Come la scuola e vita essa stessa,
un tempo della nostra vita, cosi il quaderno non e un antefatto,
separato dalla storia di Quasimodo, ma una fase di questa storia
cioe di tutta l'opera del poeta sino a Dare e avere, che e poi,
essa stessa una fase della storia della poesia italiana. Ricordo
la soddisfazione che brillo nei suoi occhi taglienti e sottili
quando gli preannunciai la pubblicazione di un mio volume di
saggi che avevo intitolato Da Carducci a Quasimodo; soddisfazione
per vedersi collocato al terminale di un itinerario storico
generazionale che aveva visto la distruzione e la ricostruzione
delI'endecasillabo, la suggestione dei modelli pascoliani e
dannunziani e i1 loro successivo ripudio.
Nel 1931 Eugenio Montale recensiva il primo volume quasimodiano
Acque e terre e contemporaneamente Salvatore Pugliatti recensiva
la terza edizione dei montaliani Ossi di seppia. Su quest'asse
bidirezionale, ancora inesplorato, Firenze-Messina, nasceva
l'ermetismo come movimento letterario e coscienza critica di
se stesso Montale notava in Quasimodo l'approdo alla "rinunzia",
al "chiuso ardore", al "sacrifizio": rinunzia, sacrifizio di
che? Anche di questo quaderno del ragazzo Quasimodo, quel ragazzo
che fuggi di notte con un mantello corto e alcuni versi in tasca.
1) S. Pugliatti, Parole per Quasimodo, Ragusa, Premio Vann'Anto, 1974, passim.
2) Ivi, p. 39.
3) E. Raimondi, n silenzio della Gorgone, Bologna, Zanichelli, 1980, p. 44
4) C. Bo, Pref. a S. Quasimodo, Poesie e discorsi sulla poesia, a c. di G.Finzi, Mila-
no, Mondadori, 1971.
5) M. Tondo, Le poesie di Quasimodo,estr. da .>, 47,1971 (n.s.), pp. 211-213.
6) Ora in S.Pugliatti, op. cit., p. 127.
7) F.Flora, Scrittori italiani contemporanei: Salvatore Quasimodo
in "Letterature moderne" 11, 2, marzo-aprile 1951, p. 122.