Giuseppe Savoca Per Quasimodo traduttore di Catullo: il carme
LXV
A parte il caso dei carmi
XXXI e LXV, apparsi su "Corrente"nel 1939 (1), e nel 1942
in Ed e subito sera (2), e che percio' hanno una storia
redazionale piu lunga, la versione di Quasimodo da Catullo conosce
sostanzialmente tre fasi, scandite da un ritmo decennale: la prima
rappresentata dai Catulli Veronensis Carmina, pubblicati nel 1945
(3); la seconda del 1955, testimoniata dai Canti accolti
nella collana mondadoriana dello Specchio (4); la terza
affidata alla revisione del 1965, nell'ambito dell'edizione di
tutte le opere (5).
Dalla prima alla seconda versione (definita nel risvolto di copertina
di Caterina Vassalini come una "nuova lettura, fatta esemplare
da tante valide e profonde esperienze filologiche e poetiche"),
i componimenti tradotti passano da trentadue a quarantuno, restando
fermi di numero nella terza, la quale, rispetto all'edizione dello
Specchio, in genere varia la punteggiatura (soprattutto riducendo
massicciamente le virgole), elimina, specie dinanzi a vocale,
l'interiezione vocativa "o", talvolta muta alcuni lessemi ("ragazza"
al posto di "fanciulla" nel carme VIII, "preghiera" invece di
"speranza" nel CXVI, ecc.), e piu' raramente modifica, ma di poco,
qualche verso. Piu' radicali e piu' sistematiche, le varianti
tra la versione del 1945 e quella del 1955 investono il lessico,
la sintassi e il metro, attestando in genere, come nota un recente
editore, "una maggiore - e piu felicemente perseguita - autonomia
dalla lettera del testo, per ricrearne lo spirito profondo" (6).
Sarebbe legittimo avanzare qualche dubbio sulla "ricreazione"
dello spirito dei Carmi catulliani, giacche', come accade anche
alle altre versioni quasimodiane, e come capita normalmente a
tutte le traduzioni marcate da una forte personalita' stilistica,
le traduzioni di Quasimodo ci parlano si' del mondo catulliano
ma non sono Catullo, mentre, come hanno notato in molti, ci offrono
alcune "fra le belle poesie di Quasimodo" (7). Si pensi,
ad esempio, al brevissimo carme XCVI (che e' l'unico, insieme
all'LXXXII, passato senza mutamenti lungo le tre redazioni), e
che, com'e' noto, e' una delicata consolatoria al poeta Calvo
per la morte di Quintilia, assunta dal traduttore come cosa assolutamente
sua.
Se il Catullo piu' vicino a Quasimodo puo sembrare giustamente
quello amoroso - elegiaco sarebbe tuttavia ingenuo e schematico
volere separare, ad esempio, il poeta dotto da quello leggero,
l'erotico dall'epigrammista, e dire qui il traduttore riesce bene
perche' Catullo gli e' congeniale, qui meno bene e cosi' via.
Certo, Quasimodo ha una sua idea di Catullo: "A ognuno, dunque,
il suo Catullo" scrive in Traduzioni dai classici (8).
Ma, in verita', il Catullo della sua immaginazione critica (9)
non era esattamente quello da lui stesso tradotto, il quale viene
abbastanza ben rappresentato nella sua varieta' e unita' (10),
anche perche' Quasimodo, come vedremo, era guidato nella sua antologia
dalla scelta gia' fatta da Pascoli, che di latino se ne intendeva.
Tra il giudizio che tende a espungere il Catullo "libero, epigrammista"
e "alessandrino", e la traduzione, che tocca anche questi aspetti,
c'e' un evidente contrasto. E a me sembra che il florilegio quasimodiano
documenti tacitamente un giudizio critico piu' equilibrato e piu'
sensibile rispetto alle giustificazioni e alle valutazioni di
Quasimodo teorico il quale, tra l'altro, nella Nota del traduttore
al Fiore delle Georgiche (1942) annovera il veronese "fra i quattro
o cinque poeti del periodo augusteo" (con un evidente errore storico
in quanto Catullo appartiene all'eta' di Cesare) (11).
Se la scelta del fior da fiore non puo' che sostenersi inevitabilmente
su una poetica di poesia / non poesia di ascendenza crociana
("chi traduce, poi, sa piu' degli altri, dovendo leggere tutto
il testo, dove il canto decade al limite dell'informazione di
legamento, e dove invece rimane intatto") (12), la versione
catulliana di Quasimodo sembra superare il suo stesso limite
di traduzione parziale offrendosi come esempio di linguaggio
unitario e omogeneo, e cioe' come un testo che diventa metafora
dell'unita' del Liber tradotto, al di la' delle distinzioni
scolastiche tra nugae e doctrina, tra lirica e mitologia.
Un'ipotesi di studio della versione di Quasimodo da Catullo
non dovrebbe prescindere dalle caratteristiche globalmente critico-interpretative
dell'operazione come introduzione al poeta tradotto. Ma si ha
l'impressione che per il poeta traduttore altre, e piu' urgenti
problematiche fossero inerenti alla scelta dell'autore al di
la' dell'interesse ermeneutico e conoscitivo. Si trattava probabilmente
di spinte di poetica, di tecnica e di linguaggio, o meglio ancora
di retorica.
Tralascio volutamente, per limiti di competenza, l'analisi particolare
delle versioni quasimodiane nel confronto con l'originale, e
non ne affronto nemmeno l'indagine linguistica interna al fine
di precisare il loro rapporto con l'evoluzione poetica di Quasimodo.
In questo momento mi interessa cogliere, quasi proprio agli
esordi del traduttore, qualche aspetto della sua pratica e poetica
del tradurre nel confronto con la tradizione e il valore specifico,
ideologico e programmatico, che il poeta attribuiva alla sua
versione catulliana. Questi tre assi, il tecnico-pratico, il
culturale e il programmatico, attraversano i due primi esperimenti
di traduzione catulliana apparsi, come s'e' detto, su "Corrente"
nel 1939. Passando attraverso Ed e 'subito sera nelle tre edizioni
complessive dei Canti, i carmi XXXI (A Sirmio) e LXV (A Quinto
Ortensio Ortalo) attestano meglio di altri la storia del tradurre
quasimodiano da Catullo.
Delle due versioni di "Corrente" prendero' in esame, perche'
risponde meglio alle direttrici analitiche accennate, il carme
LXV, che e', propriamente, una lettera con cui Catullo, colpito
dalla recente perdita del fratello che gli impedisce di dedicarsi
alla poesia originale, accompagna l'invio all'amico Ortalo della
traduzione della Chioma di Berenice di Callimaco (carme LXVI).
Eccone il testo accolto da Quasimodo:
Etsi me adsiduo defectum cura dolore
sevocat a doctis, Ortale, virginibus,
nec potis est dulces Musarum expromere fetus
mens animi, tantis fluctuat ipsa malis:
namque mei nuper Lethaeo gurgite fratris
pallidulum manans adluit unda pedem,
Troia Rhoeteo quem subter litore tellus
ereptum nostris obterit ex oculis.
[adloquar, audiero numquam tua (facta) loquentem],
numquam ego te, vita frater amabilior,
aspiciam posthac, at certe semper amabo,
semper maesta tua carmina morte tegam,
qualia sub densis ramorum concinit umbris
Daulias absumpti fata gemens Itylei:
sed tamen in tantis maeroribus, Ortale, mitto
haec expressa tibi carmina Battiadae,
ne tua dicta vagis nequiquam credita ventis
effluxisse meo forte putes animo,
ut missum sponsi furtivo munere malum
procurrit casto virginis e gremio,
quod miserae oblitae molli sub veste locatum,
dum adventu matris prosilit, excutitur:
atque illud prono praeceps agitur decursu,
huic manat tristi conscius ore rubor.
La traduzione quasimodiana del
carme LXV si presenta dunque in cinque redazioni: la prima e
quella di "Corrente" (1939) (13); la seconda, lievamente
variata rispetto alla prima (con un errore in meno e una svista
in piu'), appare in Ed e subito sera (1942) (14); la
terza e quella compresa nei Catulli Veronensis Carmina del 1945
(sostanzialmente identica alla seconda) (15); la quarta,
quella del 1955 (nella collana dello Specchio), e' molto variata
rispetto alle precedenti (16), e viene ripresa nell'edizione
del 1965 (con la sola eliminazione di un'inutile virgola) (17).
Considerate a gruppi, da una parte stanno le tre redazioni 1939-42-45
e dall'altra le due 1955-65. Nella nostra analisi il riferimento
dominante e' costituito dal testo del 1945, che riportiamo cosi'
com'e', avvertendo che al v. 5 "da molto tempo" e' chiaramente
una svista al posto di "da non molto tempo" (come si leggeva
correttamente nelle redazioni precedenti):
Anche se un dolore assiduo mi consuma,
Ortalo, e mi allontana dalle vergini sapienti,
anche se la mia mente ora non s'apre
ai frutti adorati delle Muse, (in cupi
pensieri essa oscilla: da molto tempo
l'acqua che scorre dal vortice di Lete
bagna il piede pallido pallido
del fratello mio, che, strappato ai nostri occhi,
nella terra di Troia, sotto il lido Reteo
e' calpestato. Mai piu' parlero' con te;
mai piuì udro' le tue parole, non piu',
fratello piu caro della mia vita,
ti potro' rivedere. Ma sempre ti amero';
e sempre i miei versi dolenti
per la tua morte diro' in solitudine:
come la Daulia sotto folta ombra di rami
la sorte di Itilo ucciso canta dolorando),
pure, o Ortalo, in tanta misura di pianto,
eccoti un canto tradotto da Callimaco,
perche' tu non creda che le tue parole,
come affidate all'aria che vaga,
siano cadute dalla mia memoria:
Cosi' il pomo avuto in dono furtivo dall'amato,
e nascosto sotto la morbida veste,
quando la fanciulla, dimentica,
si leva lesta all'arrivo della madre,
scivola dal grembo e rotola per terra,
mentre il rossore sale al volto rattristato.
E' da notare preliminarmente
che Quasimodo, diversamente da quanto in genere fa per le altre
traduzioni, per Catullo non indica mai il suo testo di partenza.
Ora, non potendo egli avere attinto, almeno per i due carmi
apparsi nel 1939, all'edizione critica di Cazzaniga, che e'
del 1941(18), e' del tutto verosimile che abbia avuto
sottomano, oltre alle traduzioni e alle edizioni scolastiche
correnti, forse la vecchia edizione teubneriana del Baehrens
(19), ma certamente l'edizione commentata di Lenchantin
De Gubernatis (20), e l'edizione critica con traduzione
di Lafaye, pubblicata in seconda edizione riveduta e corretta
nel 1932 (la prima edizione e del 1922) (21).
Un confronto puntuale delle tre edizioni ricordate (e di altre
non citate) con il testo riprodotto da Quasimodo ci porta a
concludere senza ombra di dubbio che il testo seguito e' esattamente
quello di Lenchantin De Gubernatis, dal quale quello quasimodiano
differisce solo per il particolare di rendere, conformemente
agli usi tipografici piu' moderni, l'incipit dei versi con la
minuscola quando non si incontrino a capo verso nomi propri
(o non si sia a inizio di componimento). Si puo' dire di piu',
e cioe' che Quasimodo, con scarso rispetto della filologia,
adotta il testo di Lenchantin De Gubernatis anche contro la
sua stessa versione.Con qualche
editore e con qualche traduttore (ad esempio Carlo Saggio) (22),
Quasimodo chiude i w. 4/5-17 della sua versione in una lunga
parentesi, che non c'e' nel testo latino da lui riportato di
peso dal Lenchantin De Gubernatis, mentre c'e', ad esempio,
nel Baehrens e nel Lafaye (che pero' hanno un testo molto diverso
da quello di Lenchantin De Gubernatis e Quasimodo). Altro particolare
difforme tra testo e versione si ha quando, come integrazione
congetturale a un verso ritenuto da molti spurio, Lenchantin
De Gubernatis, e Quasimodo con lui, ha facta, mentre poi il
traduttore rende il luogo come se ci fosse verba ("audiero numquam
tua 'facta' loquentem": "mai piu' udro' le tue parole"; nella
seconda versione: "mai piu' ti udro' parlare"). Coerenza avrebbe
voluto che Quasimodo omettesse la congettura di facta e riportasse
invece il supplemento verba (del tutto congruo con la sua traduzione),
che egli trovava, piu' che nell'apparato del Baehrens (23),
nella nota al v. 9 del Pascoli (nella Lyra a lui, come vedremo,
ben familiare): "Verso di un interpolatore italico, e manca
la parola facta che altri supplisce con verba, fata" (24).
Quanto al titolo di Catulli Veronensis Carmina con cui Quasimodo
presenta le sue traduzioni nel 1945 (nel 1955 e '65 Canti),
e' da dire che egli preferisce al Liber generalmente accettato
dagli editori il Carmina di edizioni piu antiche anche perche'
la sua versione riguarda una scelta e non tutti i centosedici
componimenti pervenutici.
Perche' Quasimodo omette ogni indicazione riguardo alle sue
fonti testuali? Escludendo che possa trattarsi di motivi del
tutto casuali, ed escluso anche che egli si servisse abitualmente
del pesante Baehrens (il quale, tra l'altro, ha lezioni diverse
da quelle quasimodiane), non gli restavano (almeno fino 1941,
anno dell'edizione Cazzaniga) come testi autorevoli che quello
di Lenchantin De Gubernatis e l'altro del Lafaye. Ma il primo
che, come sappiamo, era il suo vero testo, quantunque pregevolissimo,
non si presentava (almeno nell'edizione del 1928) come un'edizione
critica, bensi', semplicemente, come un'edizione di "testo e
commento": e da cio' credo nasca la reticenza di Quasimodo a
dichiararlo come suo testo base, quale in effetti era. Avrebbe
egli allora potuto segnalare il testo di Lafaye; ma si astenne
dal farlo primo perche' l'editore francese non gli offriva per
niente il testo di partenza (25); secondo, fatto piu'
decisivo (se Quasimodo puo' anche tradurre diversamente da come
comanderebbe il testo a fronte), perche' il libro di Lafaye,
con la sua traduzione a fronte, gli serviva da appoggio per
le sue versioni.
Non si vuole con questa annotazione sminuire il valore dell'operazione
di Quasimodo, ma sembra necessario entrare un po' nel suo laboratorio
per vedere quale fosse effettivamente il modo di lavorare di
un traduttore che aveva dovuto apprendere da autodidatta il
greco e il latino (con l'aiuto, come ci informano i biografi,
di un paziente monsignor Rampolla del Tindaro).
Il rapporto con la traduzione francese di Lafaye e' documentabile
a livello sintattico, lessicale e interpretativo. Dal 1939-45
al 1955-65, un elemento filologico essenziale permane immutato,
nella diversita' delle versioni del carme LXV, relativamente
all'interpretazione del v. 12: "semper maesta tua carmina morte
tegam" (che Quasimodo traduce, in prima versione: "e sempre
i miei versi dolenti / per la tua morte diro' in solitudine";
e poi: "sempre / i miei versi dolenti sulla tua / morte diro'
in solitudine"). E' un luogo variamente inteso e tradotto, anche
perche' non del tutto sicuro nella lezione (avendosi, al posto
di carmina, anche carmine, e, al posto di tegam, anche canam)
(26). In realta' "carmina
tegere e' uno scrivere o un dire in segreto, nel segreto di
un cuore ricco di ardore, ma insieme privo della sfrontatezza
che distrugge il pudore e la bellezza dello stesso"(27).
Ebbene, la traduzione di Lafaye risolve il carmina tegere nel
senso indicato da antichi editori di "carmina in abscondito
componere aut canere", e rende il verso cosi': "toujours je
composerai dans la retraite des chants attristés par ta perte".
E dunque il "comporro' in ritiro, in solitudine" del francese
puo' star dietro il "diro' in solitudine" di Quasimodo (28),
il quale, nella seconda versione, traducendo il tua morte non
piu' come complemento di causa ("per la tua morte") ma di argomento
("sulla tua morte"), conquista forse una maggiore indipendenza
rispetto alla lettera del testo latino, ma accetta il senso
dell'interpretazione - traduzione del Foscolo: "ben sempre io
la tua morte / con doloroso verso andro' gemendo" (29).
Tuttavia, dalla prima alla seconda versione, resta costante
l'interpretazione del tegam come "diro in solitudine, resta
costante l'interpretazione del tegam come "diro' in solitudine".
Se dall'interpretazione si passa al livello della sintassi,
un altro luogo dimostra la mediazione francese, ai vv. 17-8,
quando Catullo chiarisce ad Ortalo che gli manda la traduzione
da Callimaco perche' egli non creda di avere un amico smemorato:
"Ne tua dicta vagis nequiquam credita ventis / effluxisse meo
forte putes animo". Quasimodo in prima traduzione rende il testo
cosi': "perche' tu non creda che le tue parole, / come affidate
all'aria che vaga, / siano cadute dalla mia memoria". E il Lafaye
aveva tradotto: "afin que tu ne croies pas que tes paroles,
abandonnées aux caprices des vents, se sont échappées de ma
mémoire".
La prima versione quasimodiana e' sovrapponibile per l'ordine
delle frasi, la sintassi e il lessico, a quella francese: entrambe
infatti rendono la proposizione finale latina (ne... putes)
con una finale che ha lo stesso verbo "credere", entrambe traducono
la proposizione oggettiva (tua dicta... effluxisse) con una
oggettiva, e il "ma memoire" francese e' in Quasimodo "mia memoria"
(in latino, meo ... animo). E' da notare anche che l'eccesso
di personali e possessivi (tu, tue, mia) che forse deriva a
Quasimodo piu' che dal latino dal francese.
E difatti in seguito Quasimodo, variando nella redazione 1955,
elimina tra l'altro il marchio francesizzante del "tu" e del
"mia" pleonastici, ritraducendo i due versi catulliani in questo
modo: "cosi' non penserai che i tuoi consigli / furono dati
al vento o mi sfuggirono dalla memoria" (che e' una versione
completamente diversa dalla prima e indipendente dalla mediazione
francese).
Un altro rilievo sul rapporto tra la versione francese e quella
quasimodiana va fatto a proposito dell'ultimo verso del carme,
e non tanto perche' a entrambe e' comune la conclusione con
un participio aggettivale in clausola (30), quanto perche'
la traduzione francese e molto probabilmente responsabile di
quello che si potrebbe forse definire l'unico errore di grammatica
di Quasimodo traduttore del carme LXV. Infatti, nella primissima
versione apparsa su "Corrente", l'ultimo verso suonava "mentre
il rossore sale a quel volto rattristato" (a partire dal 1942
"a quel" viene correttamente rimpiazzato dal semplice "al").
In realta' Quasimodo aveva accordato, certo per una svista grammaticale
piu' che per un'intenzione esplicita, il dativo dimostrativo
huic del testo latino ("huic manat tristi conscius ore rubor")
all'ablativo locativo "ore" e poteva percio' tradurre "a quel
volto", mentre "huic" si riferisce alla "virgo" del v.20 e vale
"a lei" (come traduce il Foscolo). E pero', l'errore era probabilmente
favorito dalla versione francese che egli aveva sotto gli occhi,
e che correttamente aveva "sur son visage désolé", con il solito
possessivo pleonastico che Quasimodo, nel caso, volendo mettere
d'accordo Catullo e Lafaye, poteva pensare di rendere con "quel".Ovviamente,
con quanto si e' detto non si vuole esagerare il peso di una
possibile mediazione tra Catullo e Quasimodo attribuibile alla
traduzione di Lafaye, anche perche', su un terreno certamente
piu solido, va tenuta nel debito conto la lezione, anche se
in generale polemicamente respinta, di Pascoli e Foscolo.
Questi, infatti, stando a un cenno di insofferenza della lettera
con cui il poeta annunzia a Maria Cumani, il 10 luglio 1937
(31), i suoi tentativi di traduzione da Saffo, sono poeti
traduttori da cui egli tende a distaccarsi per rifiuto del classicismo
"melodrammatico" (Foscolo) e del tecnicismo metrico (Pascoli)
(32).
Ma Quasimodo, se e' vero, come manifesta di credere nella gia'
citata Nota del traduttore alle Georgiche, che i poeti traduttori
dettano legge "nella creazione di un linguaggio, nella formazione
delle civilta' letterarie", non puo' ignorare la storicita'
delle traduzioni. Dietro la sua versione di Catullo sta soprattutto
la tradizione italiana dei traduttori piu autorevoli. Per non
parlare degli inattuali Zanella o Rapisardi o del piu recente,
ma ugualmente datato in senso classicistico, Mazzoni (tutti
abbastanza lontani da Quasimodo, che pure li conosce), non si
possono pero' trascurare i due piu' illustri poeti traduttori
che, prima del siciliano, si erano incontrati con Catullo.
Quanto al Foscolo, Quasimodo ne poteva leggere la traduzione
del carme LXV nel volume lemonnieriano delle poesie, oppure
in un volumetto curato da Carlo Pascal, che insieme a traduzioni
sue ne presentava di altri (33). A parte le affinita'
piu o meno generiche che si potrebbero rilevare tra soluzioni
lessicali a volte confrontabili (e ad alcune di esse abbiamo
accennato), cio' che importa sottolineare mi pare sia soprattutto
il rigoroso esempio stilistico che Foscolo offriva a Quasimodo
con la sua calibrata e unitaria versione in endecasillabi (che
e' la misura a cui tende anche Quasimodo, ma con cedimenti e
con dilatazioni dell'endecasillabo verso le dodici e tredici
sillabe). Indipendentemente da ogni possibile suggestione particolare,
va segnalato che Quasimodo traduttore esordisce ripercorrendo
tappe gia' battute da Foscolo per Catullo e per Saffo.
Piu' attuale di Foscolo, anche per il diverso e maggiore impegno
critico-esegetico, era per Quasimodo Pascoli, la cui Lyra (Catullo-Orazio),
l'antologia con introduzione e commento pubblicata nel 1895,
costitui' probabilmente per Quasimodo la prima introduzione
a Catullo. La stessa disposizione dei carmi, fatta da Pascoli
su base biografico-tematica (34), puo' avere influito
sul giudizio che Quasimodo da' del canzoniere catulliano come
di un "diario elegiaco" (nella Nota alle Georgiche). Sicuramente
poi egli ha esemplato la sua scelta dei carmi da tradurre su
quella del Pascoli: nell'edizione 1945 su trentadue carmi ventisei
erano gia' nell'antologia del Pascoli, e nell'edizione del 1955
su quarantuno ventinove (i sei della prima e i dodici della
seconda edizione non potevano, nella stragrande maggioranza,
trovarsi in Pascoli perche' di contenuto e linguaggio licenziosi).
Tra l'altro Pascoli con il suo lavoro di antologista (che divide,
ad esempio, il carme LXVIII in tre componimenti), ma anche di
traduttore di singoli passi di un componimento piu lungo, poteva
autorizzare certe liberta' di Quasimodo che, ad esempio, tralascia
gli ultimi cinque versi del carme LXVIIId e gli ultimi due del
CVII.
Comunque sia, che Quasimodo conoscesse abbastanza bene il lavoro
del Pascoli intorno a Catullo, si rileva anche dall'analisi
comparata della sua versione con il commento al carme LXV in
Lyra e con la traduzione pascoliana dei versi 17 e seguenti
dello stesso componimento, apparsa postuma nel 1913 fra le Traduzioni
e riduzioni (35).Prendendo
a base la versione quasimodiana nelle redazioni 1939- 45, alcuni
lessemi e certe soluzioni non possono non caratterizzarsi come
suggeriti da certe note del Pascoli (per esempio, la resa del
complemento di paragone vita del v. 10 con "della mia vita":
il "mia"scompare nella versione 1955-65; la traduzione del pallidulum
del v.6 che Quasimodo unico fra tutti i traduttori, rende con
"pallido pallido" proprio come suggeriva il Pascoli), o da precisi
stilemi della sua versione parziale del carme (come il molli
sub veste del v. 21 tradotto con "sotto la morbida veste", esattamente
come nella traduzione pascoliana).
Se puo' applicarsi anche alle traduzioni quello che Faulkner
diceva del lavoro letterario, e cioe' che uno scrittore deve
rubare dove puo', mi pare sia piu' che legittimo il procedimento
del traduttore che si aiuta con le versioni di altri, e legittimo
anche il tentativo del lettore di storicizzare il linguaggio
di quelle traduzioni che assurgano alla dignita' di testo, cioe'
di opera originale che si colloca nell'ambito di un autonomo
genere letterario.
Le traduzioni di Quasimodo da Catullo non sono in prevalenza
traduzioni-introduzioni alla lettura dell'opera catulliana,
ma sostanzialmente, secondo una fertile proposta di Meschonnic
(36), trasformazioni del testo di partenza, e cioe' traduzioni-testo.
Come testo, la versione quasimodiana solleva parecchi problemi
ai quali accenno soltanto, a partire da quello del posto che
essa occuperebbe nella specifica tradizione del tradurre dei
poeti in generale e del tradurre Catullo in particolare. In
quest'ultima direzione, va rilevato il valore ideologico e programmatico
della scelta catulliana di Quasimodo, il quale, stando alla
lettera alla Cumani gia' citata (in cui prendeva le distanze
da Foscolo e Pascoli), non sempre aveva chiaro il senso del
tradurre come rapporto tra sistemi storicizzati di cultura e
lingua.
Le traduzioni di Foscolo, come quelle di Pascoli e di Quasimodo,
o di chiunque sia un vero traduttore, attestano la vitalita'
e la continuazione delle opere del passato, ma rappresentano
anche momenti originali della produzione letteraria dell'epoca
che si volge al passato o a un presente diverso.
Quasimodo, con le traduzioni dai lirici greci e da Catullo,
come con altre, occupa un suo posto inconfondibile nella stagione
delle traduzioni ermetiche e nella storia delle traduzioni poetiche
del nostro Novecento.
Il gia' ricordato Meschonnic avverte che bisogna porsi, dinanzi
a quella trasformazione di un testo che e' una traduzione-testo,
alcune domande sul "chi traduce o ritraduce che cosa, e perche'"
e sui connessi "per chi" (il lettore) e "da chi" (l'autore)
(37). Nel caso, il "chi" traduce e, ovviamente, Quasimodo,
un poeta che ha dietro, nel 1939, piu di dieci anni di poesia
originale, e che vive tra Firenze e Milano, tra "Letteratura"
e "Corrente", in un ambiente cioe' in cui la traduzione era,
piu' che un esercizio di divulgazione, un luogo privilegiato
per sperimentazioni linguistiche e per operazioni di legittimazione
culturale.
Mi pare equilibrato cio' che per Quasimodo traduttore dai classici
(dai greci in particolare) notava Valgimigli: "Dunque non tanto
sono i poeti antichi che via via danno di se' ai poeti nuovi,
ogni volta diffusa opinione e illusione, quanto sono i poeti
nuovi che via via negli antichi si riportano e si ritrovano"
(38). Ora, il "da
chi" traduce il "poeta nuovo".Quasimodo e', nel caso, proprio
un poeta novus, un neòteros, secondo la definizione un po' spregiativa
di Cicerone, e cioe' anche un poeta doctus uno che mantiene
una speciale relazione con la letteratura del passato greco-ellenistico.
Quasimodo negli anni trenta veniva identificato dal suo primo
e autorevole critico come colui che fondava un nuovo rapporto
con i classici, "antiche voci restituite, oltre ogni neoclassicismo,
a una intatta, stillante contemporaneita'" (39).
Il titolo di Nuove poesie dato da Quasimodo alle liriche pubblicate
nel 1942, in Ed e' subito sera (e scritte tra il '36 e il '42),
allude certo a un "nuovo" cronologico posteriore alle Poesie
del 1938, ma esso e' anche significativo del ruolo di poeta
nuovo che egli sente di doversi assegnare con un atto di legittimazione
conquistata anche attraverso le traduzioni. Il Fiore delle Georgiche
esce nel 1942, nello stesso anno dell'antologia di Anceschi
sui Lirici nuovi, in cui un posto di primo piano era assegnato
proprio a Quasimodo. Terracini, concludendo i suoi studi sulla
traduzione, dice che il traduttore e' paragonabile a uno che
"raccoglie un fiore per riporlo tra i fogli di un libro"(40).
Il traduttore Quasimodo doveva certo sentire come un giusto
riconoscimento della sua originalita' il giudizio ormai, dopo
Anceschi (41), generalizzato, secondo il quale nelle
traduzioni dai lirici greci erano da "annoverare alcune tra
le belle poesie di Quasimodo" (Solmi).
In fondo il programma quasimodiano di traduzione dai classici
era sotteso dal bisogno del poeta di specchiarsi in essi, di
trovarvi riflessi i propri motivi: "La rassegnazione alla solitudine,
opposta al dolore lucreziano, avvicina a noi Virgilio piu degli
altri latini dell'antichita' classica. Anche Catullo, fra i
quattro o cinque poeti del periodo augusteo, e lontano dai toni
alti, sfiora appena l'ordine dell'anima greca e oziera compiaciuto
sulla vaghezza di Callimaco per poi continuare un suo diario
elegiaco fitto nell'eco della commedia plautina" (42).
In questo passo della piu volte citata Nota del traduttore alle
Georgiche Quasimodo, accomunando Virgilio e Catullo, e segnandone
le rispettive caratteristiche (la solitudine e la medieta' del
tono di Virgilio, l'erudizione e l'autobiografismo elegiaco
del mordace Catullo), in gran parte proietta sui poeti tradotti
la sua tematica dei versi di solitudine come la sua inclinazione
al diario e all'elegia. Ma, senza approfondire questi aspetti,
e' da rispondere, alla domanda sul "da chi", che nella versione
catulliana di Quasimodo si va da poeta novus a poeta nuovo (Anceschi
per i lirici greci parlava di "composizione nuova" "nuova lingua",
"immagine nuova della Grecia", "nuova disposizione", ecc.) (43).
In questo rapporto da nuovo a nuovo sta anche il perche' Quasimodo
traduca, con i contenuti cui abbiamo accennato e con l'ulteriore
giustificazione, dichiarata nella Nota al Fiore delle Georgiche,
"di natura poetica, la sola che autorizzi la lettura di un testo
sempre presente nei secoli di una raggiunta civilta' europea".
E qui, rivendicando ai poeti il compito di "dettare legge nella
creazione di un linguaggio" (44), Quasimodo coglie bene
il valore della traduzione come genere letterario e come testo,
come creazione di linguaggio. Egli rifiuta nettamente, in generale
e nel caso specifico di Catullo, i tentativi di resa metrica
e ritmica della vecchia ma ancora attiva tradizione filologico-umanistica
per tendere all' " approssimazione piu specifica di un testo:
quella poetica" (45).Ricerca
del senso poetico, rifiuto della vecchia retorica sono punti
fermi nella poetica del tradurre quasimodiano, insieme alla
coscienza della distanza fra testi appartenenti a sistemi linguistici
e culturali diversi.
In quest'ambito di considerazioni vorrei ricordare, e solo perche'
si tratta di testi non piu ristampati e non citati, due interventi
che il poeta fece nel 1940 su "Corrente" (46). In essi
Quasimodo difendeva la sua traduzione del frammento saffico
da lui intitolato Tramontata e' la luna (apparsa in anticipo
rispetto ai Lirici greci su "Letteratura"), per la quale Leone
Traverso, un traduttore-traduttore (che poi sarebbe intervenuto
su "Primato" a recensire favorevolmente i Lirici greci), gli
aveva fatto, pur tra molti consensi, dei rilievi, esprimendo
riserve sul raggruppamento in un unico componimento di piu frammenti
e sull'interpretazione di alcuni termini.
Quasimodo ribadisce tutte le sue soluzioni, dichiarando di essersi
deciso a proporre le sue "interpretazioni" (e parola sua) sulla
base di "ragioni di carattere grammaticale, sintattico e filologico",
e lasciandosi ispirare anche da "quanto gli suggeriva il senso
poetico". In particolare, sul luogo di maggiore contestazione,
Quasimodo si difende dal rilievo di Traverso che non "e' lecito
rendere' piu' poetici' [...] testi di poeti come Saffo" osservando
all'amico: "Se tu traduci: 'l'ora passa e io dormo sola' continui
a darmi un' informazione, dopo quella del tramonto della luna
e delle Pleiadi. Io non ho preteso di rendere 'piu poetico'
il testo di Saffo, anzi ho cercato di restituirlo nel suo valore
originario con un'approssimazione che tende al limite consentito
dal nostro linguaggio, alla cui nuova potenza, se permetti,
credo di avere contribuito un poco in questi ultimi dieci anni
di poesia".
Ecco dunque gia' in questa polemichetta del 1939 la parola chiave,
l'aggettivo "nuovo", che caratterizza alle origini la coscienza
del lavoro traduttorio di Quasimodo nel legame tra nuove traduzioni
e nuova poesia. Gli antichi come nuovi, ma soprattutto il moderno
Quasimodo come nuovo poeta e nuovo traduttore. Era cio' che
gli riconosceva, al di la' delle polemiche, lo stesso Traverso,
quando notava che le traduzioni dal greco "si impongono con
la forza tranquilla di nuovi testi. Che' solo un poeta puo'
rianimare in parole nuove antica poesia, di linguaggi spenti".
Anzi, Traverso concludeva sottolineando "la generale altezza
di tono poetico di queste traduzioni, che sopportano sempre
con assoluta parita', qua e la' addirittura con un netto stacco
di vantaggio, il confronto coi testi" (47). Che e' la
dolce massima a cui possa aspirare il piu ambizioso dei traduttori.
E questo era, con tutta probabilita', anche il modo di atteggiarsi
di Quasimodo di fronte agli autori che andava traducendo.
La motivazione ideologico-poetica che spingeva Quasimodo verso
Catullo poeta novus e' dunque molto complessa, e non si esaurisce,
ovviamente, nei termini generali del tradurre come confronto.
Quasimodo, gia' prima di Virgilio, sceglieva Catullo, forse
anche per un sentimento di orgoglio inconfessato giacche' il
Veronese era il piu' grande dei neoteroi e l'unico di quel cenacolo
splendidamente superstite. E forse va anche valutato un bisogno
ancora piu' profondo di identificazione con Catullo in quanto
questi era per conto suo gia' un traduttore, da Saffo e da Callimaco,
e le sue traduzioni (almeno le poche pervenuteci) fanno parte
del Liber cosi' come una sezione intitolata Dalle traduzioni
fa parte del libro quasimodiano del 1942 (Ed e' subito sera).In
Catullo, com'e' stato notato, il tradurre e' inteso come "un'occasione
di rielaborazione personale, come gara con l'originale" (48).
E mi pare che un processo di competizione e appropriazione,
pur nella dichiarata fedelta' all'originale (piu' dichiarata
che possibile), tenda a portare avanti Quasimodo quando sostiene
che anche con la traduzione i poeti "sono i soli a dettare legge
nella creazione di un linguaggio".
Ora, non e' un caso che la prima (e allora unica) poesia tradotta
e pubblicata da Quasimodo tra le sue Poesie del 1938 sia la
famosissima ode sullo stupore amoroso di Saffo, che era stata
gia' liberamente tradotta da Catullo (Ille mi par esse deo videtur)
e in italiano da Foscolo e Pascoli (con i quali il poeta dichiara
di gareggiare nella ricordata lettera alla Cumani). Nel 1939
escono, ad aprile, su "Letteratura", anticipazioni dei lirici
greci, e sempre nel '39, su "Corrente" i due carmi catulliani.
Saffo e Catullo, dunque, alle origini del tradurre quasimodiano.
Traducendo Saffo, Quasimodo si incontro' con Catullo traduttore
di Saffo e con il poeta novus oltre che con il traduttore. E
quale migliore avallo per la sua incipiente e ambiziosa attivita'
di traduttore se su Saffo e Catullo egli si confrontava anche
con Foscolo e Pascoli? Quasimodo si presentava ai lettori ("a
chi") colti (i giovani e i meno giovani delle migliori riviste
dell'epoca: "Letteratura", "Corrente", "Campo di Marte", "La
ruota", "Primato"), ai traduttori filologi (da Romagnoli a Mazzoni
a Valgimigli), ai traduttori critici e poeti (da Macri'a Bo,
da Montale a Bigongiari) e ai traduttori traduttori (come Traverso)
esibendo le sue credenziali e il suo modello di poeta nuovo
e nuovo traduttore e dichiarando subito il suo programma. Lo
faceva con la traduzione del carme LXV, che non solo e' la poesia
di un grande poeta traduttore, ma e' una poesia che accompagnando
nel Liber catulliano la traduzione della Chioma di Berenice
che Catullo inviava a un amico colto come Ortalo, parla essa
stessa di una traduzione: "mitto / haec expressa tibi carmina
Battiadae".
Anche Quasimodo invia le sue traduzioni agli amici colti delle
riviste, prima che ai comuni lettori, ma gliele manda con questa
introduzione-traduzione del carme LXV di Catullo, che assume
la funzione di prefazione, programma generale di tutto il suo
ininterrotto tradurre da molte (forse troppe) lingue.
Nell'epistola catulliana c'e' una distinzione tra expromere,
come "produrre, creare originalmente", ed exprimere, come "tradurre".
Non e' affatto da escludere che nel tradurre, nell'exprimere
di Quasimodo ci sia il meglio della sua originalita'.
1) Cfr. A.SIRMIO, tr. di S.Quasimodo,
in "Corrente", II, n.17 (30 settembre 1939), p.2; A Ouinto Ortensio
Ortalo, II, n.20 (15 novembre 1939), p.4.
2) Nella raccolta di poesie quasimodiane, uscita a Verona presso
Mondadori con prefazione di S.Solmi, le due traduzioni stanno,
senza testo a fronte, insieme ad altre versioni dalle Georgiche
e dai lirici greci in un'ultima sezione intitolata Dalle traduzioni.
3) Catulli Veronensis Carmina, tradotti da S.Quasimodo, Edizioni
di Uomo, Milano 1945.
4) VALERIO CATULLO, Canti, traduzione di S.Quasimodo, Mondadori,
Milano 1955.
5) VALERIO CATULLO, Canti, tr. di S.Q., Mondadori, Milano 1965,
ora in S . Quasimodo, Poesie e discorsi sulla poesia, a . c
. di G . Finzi, pref . di C . Bo, Mondadori, Milano 1971, pp.
561-604.6) Cfr. CATULLO,
Canti, tr. di S.Quasimodo, intr. di A.Giordano, Mondadori, Milano,
1973 - p. XLIV. Il Giordano ritiene che le prime versioni quasimodiane
risalgano al 1942 (p. XLIII) e che l'edizione definitiva delle
traduzioni da Catullo sia quella del 1955 (p. LV).
7) Cfr. A.BOCELLI Quasimodo e Catullo, in "Il Mondo" (Roma),
7 febbraio 1956, poi in AA.W. Quasimodo e la critica, a.c. di
G.Finzi, Mondadori, Milano 1969, pp. 353-57 (la citaz. E' dalla
p. 357).
8) E' uno scritto del 1945, incluso in Il poeta e il politico
e altri saggi, Schwarz, Milano 1960, e in Per conoscere Quasimodo,
un'antologia delle opere a c. di R. Salina Borello, Mondadori,
Milano 1973, da cui si cita, p. 249.
9) "Non una luce negli epigrammi (anche distesi) catulliani,
una grigia, desolata 'informazione' d'un momento, d'una giornata
di sensi inquieti. Quello che interessava a noi era il Catullo
delle elegie (nemmeno quello degli inni e degli epitalami, anche
questi di derivazione alessandrina), la' dove la sua pena d'uomo
raggiunge l'accento piu' eterno, la' dove non piu' Callimaco
lo tocca ma la sua natura di latino, la sua umana disperazione
di giovane gia' destinato alla morte" (ivi). Senza commentare
questo giudizio, si pensi almeno che Quasimodo traduce anche
il carme LXVI (La chioma di Berenice) che a sua volta e' traduzione
di Catullo da Callimaco.
10) E tuttavia non si potrebbe dare in tutto torto a C.E. Gadda
quando osservava che non sempre "le poesie trascelte per la
versione sono tra le significative del veronese. E di quelle
che son tali un filtro alquanto circospetto e astrattivo, una
emendazione purificatrice tempera e smorza le note piu' crude,
lesive dell'alto e severo gusto quasimodiano" (cfr. Catullo-Quasimodo,
in "Il Mondo" (Firenze), 21 luglio 1945, p. 7).
11) Cfr. Il fiore delle Georgiche, Canti di Catullo, Dalle Metamorfosi
di Ovidio, traduzioni di S.Quasimodo, intr. di G.Finzi, Mondadori,
Milano 1980, p. 39.
12) Cfr. Traduzioni dai classici gia' cit., in Per conoscere
Quasimodo cit., p. 248.
13) Se ne da' qui la trascrizione: "Da Catullo // A Quinto Ortensio
Ortalo // Anche se un dolore assiduo mi consuma, / Ortalo, e
mi allontana dalle vergini sapienti, / anche se la mia mente
ora non s'apre / ai frutti adorati delle Muse, (in cupi / pensieri
essa oscilla: da non molto tempo / l'acqua che scorre dal vortice
di Lete / bagna il piede pallido pallido / del fratello mio
che, strappato ai nostri occhi, / nella terra di Troia, sotto
il lido reteo / e' calpestato. Mai piu' parlero' con te; / mai
piu' udro' le tue parole, non piu', / fratello piu' caro della
mia vita, / ti potro' rivedere. Ma sempre ti amero'; / e sempre
i miei versi dolenti / per la tua morte diro' in solitudine:
/ come la Daulia sotto la folta ombra di rami / la sorte di
Itilo ucciso canta dolorando), / pure, o Ortalo, in tanta misura
di pianto, / eccoti un canto tradotto da Callimaco, / perche'
tu non creda che le tue parole, / come affidate all'aria che
vaga, / siano cadute dalla mia memoria: / cosi' il pomo avuto
in dono furtivo dall'amato, / e nascosto sotto la morbida veste,
/ quando la fanciulla, dimentica, / si leva lesta all'arrivo
della madre, / scivola dal grembo e rotola per terra, / mentre
il rossore sale a quel volto rattristato".
14) Nella raccolta la traduzione ha titolo A Quinto Ortensio
Ortalo. L'errore, come si dira' in seguito, era nell' ultimo
verso, in "a quel volto", correttamente "al volto"; la svista
in piu' e' nel v. 5, dove dal corretto "da non molto tempo"
della lezione di "Corrente" cade il "non" .Le varianti stanno
nel nome "Ortalo", che adesso viene sempre accentato, in "Retéo"
(v.9) e "Cosi'" (v. 23), che adesso cominciano con la maiuscola
(cfr. Ed e' subito sera cit., pp. 187-8).15)
A parte la scomparsa dell'accento da "Ortalo" e l'assenza del
titolo.
16) Le varianti riguardano la sintassi, l'organizzazione delle
frasi, il lessico, e attestano in genere un maggiore distacco
dall'originale, ma, a mio parere, senza un sostanziale guadagno
in termini di resa poetica. Ma eccone il testo: "Benche' un
dolore assiduo mi consumi, / Ortalo, e m'allonani dalle vergini
/ sapienti, e la mia mente dolci frutti / non apra delle Muse,
per le tante / sventure sconvolta, (da poco la lenta / acqua
del Lete bagna il piede pallido / pallido del fratello mio,
che nella / terra di Troia, sotto il lido Reteo, / strappato
dai miei occhi, si dissolve . / E mai piu' parlero' con te,
mai piu' / ti udro' parlare, mai piu' ti potro' / rivedere,
fratello, a me piu' caro / della vita ! E sempre ti amero',
sempre / i miei versi dolenti sulla tua / morte diro' in solitudine,
come / la Daulia sotto folta ombra di rami / la sorte di Itilo
canta dolorando): / pure, Ortalo, fra lacrime e lamenti, / ecco
un carme tradotto da Callimaco, / cosi' non penserai che i tuoi
consigli / furono dati al vento o mi sfuggirono / dalla memoria,
cosi' come pomo / furtivamente avuto dall'amato, / nascosto
sotto la morbida veste / dalla fanciulla, quando, smemorata,
/ si leva lesta all'arrivo della madre, / sfugge dal grembo
e rotola per terra, / mentre il rossore sale al volto rattristato".
17) Viene eliminata la virgola che nelle precedenti redazioni
precedeva la parentesi (prima al v. 4 e poi al v.5).
18) Cfr. Catulli Veronensis Liber, recognovit Egnatius Cazzaniga,
Paravia, Torino 1941 .
19) Catulli Veronensis Liber, recognovit Egnatius Cazzaniga,
Paravia, Torino.
20) Il libro di Catullo veronese, testo e commento di M.Lenchantin
De Gubernatis, Chiantore, Torino 1928 (in 2 edizione, critica,
1933).
21) CATULLE, Poésies, texte établi et traduit par G. Lafaye,
Société d'édition "Les belles lettres", Paris 1932. Il testo
e la versione del carrne LXV sono alle pp. 68-69.
22) Cfr. C.Saggio, Il libro di Catullo, testo e traduzione,
Alpes, Milano 1928, p. 125 . Il Saggio apre la parentesi in
corrispondenza del v.5 latino (Namque..), mentre Quasimodo,
con Baehrens e Lafaye fa partire il periodo in parentesi in
corrispondenza del tantis del v.4 nelle redazioni 1939-45, mentre
in seguito sposta la parentesi in corrispondenza dell'inizio
del v. 5 latino. Ad essere un po' pedanti, andrebbe osservato
che la virgola che precede la parentesi del v. 4 latino (che
non appare nel testo di Quasimodo, bensi' nella traduzione),
il poeta non la trovava ne' in Baehrens ne' in Lafaye, bensi'
nella vecchia ed. critica di C.Pascal (Paravia, Tonno 1916).
23) Cfr. op. cit., alla n. 19 p.81.
24) G.PASCOLI. Lyra (Calullo-Orazio), a.c. di D.Nardo e S.Romagnoli,
con una presentazione di M. Valgimigli, La Nuova Italia, Firenze
1956 (l'edizione originale e' del 1895), p. 67.
25) Differenze grafiche e di punteggiatura portano ad escludere
nettamente che quello di Lafaye fosse il testo adottato da Quasimodo.
26) La lezione tegam costituisce un hapax per il senso in cui
il verbo viene qui impiegato e non ha nel lessico catulliano
riscontri: cfr. le forme del verbo ricorrenti in Catullo e documentate
in A critical concordance to Catullus, edited by V. P. McCarren,
E. J. Brill, Leiden 1977, p. 186.
27) Cfr. F.PUMA, Interpretazione del carme 65 di Catullo, in
"Annali del Liceo classico "G. La Farina" di Messma", I (1964-5),
Edizioni del Centro librario, Bari 1965, pp. 46-76 (la citaz.
E' dalla p. 60).28) Il poeta
poteva trovare un rinforzo per questa interpretazione nella
nota di Lenchantin De Gubernatis che suggeriva di tradurre "terro'
nascosti, comporro' in ritiro" (op.cit., p. 189).
29) Cfr. U.FOSCOLO. Poesie, raccolte e ordinate da F.S.Orlandini,
Le Monnier, Firenze 1856, pp. 305-6. Ecco il testo della traduzione
foscoliana: "Epistola ad Ortalo // Sebben me per dolor vigil
consunto / dalle Vergini dotte or discompagni / Malinconia;
ne' delle Muse io possa / esprimer dalla mente i dolci parti
/ in tal burrasca di sciagure ondeggia! / Pero' che al mio fratel
l'acqua che move / torpidamente dal gorgo Leteo /il pie' pallido
lava, e strugge grave / sul lido Roeteo l'lliaca terra / lui
per sempre da' nostri occhi rapito. / Ti parlero' piu' mai?
T'udro' narrarmi / i tuoi fatti, o fratel? Te vedro' mai /o
della vita mia piu' desiato? / Ben t'amero': ben sempre io la
tua morte / con doloroso verso andro' gemendo / siccome all'ombra
di frondosi rami / geme del divorato Itilo i fati / Daulia cantando.
- Pur fra tanto lutto / questi, Ortalo, da me carmi tentati
/ del Battiade t'invio, perche' non forse / le tue parole a
errante aura fidate / tu invan credessi, e dal cor mio sfuggite
. / Talor pomo cosi' dono furtivo / dell'amator, dal casto grembo
sdrucciola / di verginella, cui (mentre in pie' balza, / della
madre all'arrivo, e oblia meschina / che riposto il tenea sotto
la molle / veste) giu' casca, e ratto si devolve / con lubrico
decorso. A lei discorre / conscio rossore sul compunto viso".
30) Il Lafaye traduce: "la jeune fille sent la rougeur de la
honte se repandre sur son visage désolé".
31) "Stanotte sono stato con Saffo [. .] Forse sono riuscito
(ma ancora non sono contento) a ritrovare la voce del poeta:
in qualche punto certamente. Ma, se ti capita, confronta la
traduzione tentata dal Foscolo della stessa ode, e vedrai quanto
il melodramma abbia reso ridicola quella purissima poesia. E
quella del Pascoli?" (Lettere d'amore a Maria Cumani (1936-1959),
Mondadori, Milano 1973).
32) Si pensi al programma antimetricistico enunziato nel Chiarimento
alle versioni dei lirici greci: "Queste mie traduzioni non sono
rapportate a probabili schemi metrici d'origine, ma tentano
l'approssimazione piu' specifica d'un testo: quella poetica.
Ho eluso il metodo delle equivalenze metriche perche' i risultati
da esso conseguiti, se pure ci avviciniamo al battito delle
arsi, al silenzio delle tesi, agli spazi delle cesure, alla
norrna tecnica, infine astratta, dell'antico testo poetico,
non ci resero nel tempo stesso la cadenza interna delle parole
costituite a verso. Parlo della vera quantita' d'ogni parola
(nella piega della voce che la pronuncia), del suo valore, non
di tono, ma di 'durata'" (ora in Lirici greci, dall'Odissea,
dall'Iliade, trad. di S.Quasimodo, intr. di G.Finzi, Mondadori,
Milano, 1979, p. 133).
33) CATULLO, I carmi, trad. di C. Pascal e di altri, pref. di
C.Pascal, Istituto editoriale italiano, Milano s.d. (ma posteriore
al 1912).
34) Cfr., nell'indice della Lyra cit., i titoli delle otto sezioni
in cui Pascoli raccoglie le sue scelte: Amici e conoscenti dei
primi anni; L'ammaliatrice; Intermezzo doloroso; Nuvolo e sereno;
Il tramonto dell'amore; Il viaggio di Bithynia; Negli ultimi
anni; Inno ed epitalami.35)
Cfr. G.PASCOLI, Poesie, con un avvertimento di A.Baldini. Mondadori,
Verona 1948. p. 1451. Per comodita' del lettore trascriviamo
la versione pascoliana (in distici): "Catullo non oblia // Non
lo pensare che. come affidate alle raffiche erranti, / le tue
parole dal mio cuore vanissero gia': / come la mela che il damo
mando' di nascosto in regalo, / sfugge dal grembo alla pia vergine
e sdrucciola giu': / sotto la morbida veste l'aveva risposta,
ma viene / mamma; ella s'alza; ed il pomo, eccolo, scivola,
ahime' / non ricordava. Ora l'uno e' per terra che ruzzola;
all'altra, / ritta dal volto confuso esce il rossore che sa,".
In margine ai rapporti Quasimodo- Pascoli, e da ricordare, poiche'
il fatto non e' registrato nelle bibliografie quasimodiane,
la traduzione che il siciliano fece del Veianius, che e' il
primo dei poemetti latini presentati da Pascoli ad Amsterdam
nel 1891, premiato con medaglia d'oro.
36) Cfr. H.MESCHONNIC, Propositions pour une poétique de la
traduction, in Pour la poétiique II, Gallimard, Paris 1973,
pp. 305-23 (se ne puo' vedere la tr. ital. in "Il lettore di
provincia", n. 44 marzo 1981, pp. 23-31).
37) Op. cit., p. 320. Sul concetto di trasformazione dei testi
cfr. anche cio' che, a proposito di Quasimodo, dice M. Gigante:
"il privilegio di cio' che e' classico e' la sua trasmutabilita',
la sua trasposizione illimitata. Fedelta' e letteralita' possono
ripagare la fatica oscura e meritoria del filologo; scoperta
e resa in altra lingua dell'intensita' della voce poetica e'
il problema di Quasimodo: (in L'ultimo Quasimodo e la poesia
greca, Guida, Napoli 1970, p. 31).
38) Cfr. Poeti greci e Lirici nuovi, in "La Fiera letteraria"
Roma, 30 maggio 1946, poi in Del tradurre e altri scritti (Ricciardi,
Milano-Napoli 1957), e in Quasimodo e la critica, cit., pp.
313-9 (la citaz. e dalla p. 318).
39) Sono parole di S . Solmi nella prefazione a Ed e' subito
sera, che, con il riferimento alle traduzioni, aggiornava la
precedente prefazione a Erato eApollion del 1936 (poi in Scrittori
negli anni, Il Saggiatore, Milano 1963). La citaz. e'da Quasimodo
e la critica, cit., p. 318.
40) B. TERRACINI, Conflitti di lingue e di cultura, Neri Pozza,
Venezia p. 121.
41 ) Se ne veda la prefazione alla prima edizione dei Lirici
greci, Edizioni di "Corrente", Milano 1940 (ora in Lirici greci,
dall'Odissea, dall'Iliade cit.).
42) Cfr. la gia' cit. Nota del traduttore al Fiore delle Georgiche
(op. cit., p. 39).
43) Anceschi, tra l'altro, annotava, sempre nella prefazione
ai Lirici greci: "E la riuscita di queste [. . .] traduzioni
sta, appunto, nel fatto che, pur in una poetica e libera fedelta'
al testo, esse sono ormai nel dominio - ma quanto piu' aperto
e disteso - del poeta: sono poesie di Quasimodo" (cfr. la ripubblicazione
della pref. nell'op. cit., p. 47).
44) Cfr. la cit. Nota del traduttore, in Il fiore delle Georgiche...
cit., p. 40.
45) Cfr. Chiarimento e note alle traduzioni dei Lirici greci
in op. cit., p. 133.
46) Cf . la lettera aperta a Traverso, Per una traduzione di
Saffo, in "Corrente" , III n. 2 (31 gennaio 1940), p. 2; la
risposta di Traverso e la replica di Quasimodo nel n. 4 (29
febbraio 1940), p. 2.
47) Lo scritto, apparso sul n.7,1uglio 1940, e' ora riportato
in Quasimodo e la critica cit. pp. 291-4 (le citaz. sono dalle
pp. 292 e 294).
48) Cfr. L.FERRERO Un' introduzione a Catullo, Universita' di
Torino, 1955 (le citaz. dalle p. 70 e 71).