Giuseppe
Amoroso Sequenze narrative dell'ultimo Quasimodo
Sono pochi ma pienamente
esistono "coloro che nei riflessi della memoria ricostruiscono
la propria cronaca sul piano dell'arte": cosi' Quasimodo scriveva
nelle paginette Della memoria del '51 e continuava: "l'uomo e'
pronto a ripetere inconsciamente nella realta' fatti dimenticati".
Qualche anno prima, scrivendo sulla pittura di Renato Birolli,
aveva proposto di tentare "una narrazione esplicita dei suoi personaggi
raggiunti con l'ausilio d'una singolare qualita' geometrica e
architettonica". Sono proposizioni che consentono di spiare nel
laboratorio di forme narrative che Quasimodo va allestendo nella
sua seconda stagione. Chiuso "in ascolto dell'antica voce", egli,
in Giorno dopo giorno, "cerca un segno che superi la vita"; ha
"l'ansia di dire una parola/prima che si richiuda ancora il cielo",
mentre non "puo' piu' tornare nel suo eliso". Guarda l'esterno
come una infinita possibilita' di forme che si intrecciano e riflettono
i percorsi della vita ("La vita che t' illuse e in questo segno/delle
piante") ed ha consapevolezza che qualcosa si muove al di la'
dell'esitante "immagine del mondo". Anche l'altro personaggio
centrale del racconto lirico, l'interlocutrice "sperduta", e'
in attesa, forse di "un'ora che decida, che richiami / il principio
o la fine". Labili indizi, certo: ma di immagini meno appagate
del proprio sortilegio di pronuncia assoluta e ora quasi in procinto
di uno slancio, di un piu' articolato e disteso viaggio.
Giorno dopo giorno, uscito nell'immediato dopoguerra, e' un libro
attento alla drammaticita' dei tempi, all'urgere della situazione
contemporanea, ma stilisticamente e linguisticamente e' ancora
vicino alle raccolte che lo precedono. L'iato - come e' stato
detto (1) e' da spostarsi in avanti, fino a sfiorare La vita non
e' sogno.
L'io che ripete il suo "assurdo contrappunto / di dolcezze e furori"
da' movimento a un protagonista di racconto contrastato, diviso
nella sua psicologia oscillante tra le care, dolcissime immagini
di un universo chiuso nella memoria in esatte e al contempo stravolte
forme, e l'aspro, ferroso volto della realta' esterna che urge.
Due livelli di lettura avvicinano, ma per contrastarsi vicendevolmente
e dannarsi, l'inesausta lunghezza d'onda del ricordo: un refolo
tornante da antichissime luci di paesaggio e da un vissuto anch'esso
tuffato in quelle luci e, per contro, una pellicola del presente
che elimina le vertigini della memoria ma altre vertigini e fughe
e metamorfosi distraenti risente, proprio afferrando un senso
di trasparenza e di trasmigrazione dell'esterno dilaniato. Un
esterno che e' luogo di ustione di ogni tipo di evento concreto
e di spazio cosmico balenante al di la' di uno spiraglio, di una
ferita del reale.
L'autonomia delle cose, tutte dette secondando ora la loro forza,
si crea un suo proprio linguaggio; e' forte, esaustiva, raccoglie
se stessa e quelle suggestioni che l'occhio dell'osservatore ne
puo' trarre; preme inesauribile e fa suoi tutti i codici espressivi
di chi guarda dentro l'obiettivo, di Quasimodo che comprende legami
e scambi.
Il poeta esce dal torpore - luminosa sosta nel mito - di un paesaggio
fermo nella sua immobile, millenaria luce; lo puo' trasferire
in una nenia o ricollocare in un fatto mentale, ma se appena esce
dall'accerchiamento di scene celebranti se stesse, la propria
antichissima ed errabonda anima, trova l'avvio di un diverso cammino:
"Il mio cuore e' ormai su queste praterie / in queste acque annuvolate
dalle nebbie. / Ho dimenticato il mare...". Il viaggio che egli
deve intraprendere e' ben presto viaggio d'oblio, di allontanamento
reso chiaro all'appunto, alla notazione che registra lo scontento
ma lo assolve in una espansione descrittiva, nel riscatto dell'immagine
lineare ("...ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
/ nell'aria dei verdi altipiani / per le terre e i fiumi della
Lombardia"). Gli elementi di una autobiografia transitata divengono
strumento di una luce riflessa sul mondo, sulla vita; si fanno
simboli di un'infrenabile incursione nella vita in atto e si accordano
con essa non per chiuderla come una volta nel cavo di un'emozione
da risillabare, ma per leggerla secondo scatti conoscitivi dilatati
dall'azione, disposti in un catalogo utile, pronto all'uso, dove
circoli la stessa dimensione comunicativa della sapienza carica
della storia del mondo e vi si possano trovare segni di continuita',
relazioni tra le diverse forme dell'apparire.
Unita nel variare inaspettato del mobile oggi, nella sua sterminata
apertura di compasso va cercando l'io, fattosi personaggio di
un'avventura forse non piu' inebriante ma diligente, vigile nel
passare di cosa in cosa secondo spinte che ormai partono da emittenti
di fuori.
E si fa cronista, non piu' cantore; operoso fotografo che cerca
album di immagini, ne scova i nessi, i fraseggi, le diramazioni
e gli inganni e soprattutto vuole entrare nel disegno, scritto
dalla collettivita' e non dall'euforia di un uomo solo, per
capirlo, studiarlo, modificarlo. Per confrontarsi con questo
disegno, non per sconvolgerlo, per assaporarne dentro, lungamente,
il frantume, cosi come nelle passate stagioni.
E allora il poeta ha bisogno di capire, di trovare dimostrazioni
e coinvolge gli altri in questo suo sforzo di documentarsi,
di prendere notizie al volo, sul momento. Certo, un po' esita
di fronte a un mondo che non gli puo' offrire subito il dono
di un rapporto continuo tra le sue forme contingenti e le testimonianze
storiche, tra l'aridita' dell'oggi e i miti; ma proprio per
questo il viaggiatore - un calviniano nomade dell'avventura,
dell'incertezza, smarrito nella sua storia, con tanti volti
intorno e il suo, inconoscibile - imbocca la via della conversazione
e della discorsivita', pur imprimendo la rivelata attesa, l'epifania,
in una scrittura, si', disciolta, ampia, alimentata sempre del
suo stesso muoversi, ma pure febbrile, zeppa di visi piegati,
fisonomie vere ma contorte, accartocciate, profili che si richiamano
in un desolato gesto di avvicinamento e di addio.
Declina un po' certo compiaciuto gusto di osservare se stesso,
di sentire la propria voce, in questo teatro che un romanzesco,
talora anche disordinato ritmo di rappresentazione allinea e
scompagina, tutto riversando in un impianto scenico di grida,
violenze, corporeita' e buio. V'e' qui un nuovo incontro con
i segmenti di realta' che sembrano sorgere dal loro segno disteso
e pronto ad assorbire ogni agitazione visionaria, ogni spessore
di incantamenti, ridistribuendoli nella mossa totalizzante dell'immagine
larga, assestata, compiaciuta, in cui le risonanze interiori
di Quasimodo, partite da ricordi sommersi, si affidano a un
linguaggio dinamico, affrancato dalle sue penombre, tattile,
lontano dalle astrazioni.
Ora la poesia non e tanto dislocazione siglante di luoghi "sacri"
di parole assolute e di amore d'altre parole, ma prima di tutto
appare coscienza del dramma dell'artista di essere al centro
dell'azione, creatura labile, sottomessa alle leggi dell'accadere.
Senza mostrarsi troppo a lungo nella veste di chi ha una terra
esemplare da cantare e il compito di leggerla nella sua storia
straordinaria, l'uomo e' personaggio comune, meno segnato; piu'
che viaggiare in atmosfere lievi, tra sussurranti velami, preferisce
muoversi per spigoli, anfratti, macerie, cercando la verita'.
Scrive in L'uomo e la poesia ('46):
L'uomo vuole la verita' dalla poesia, quella
verita' che egli non ha il potere di esprimere e nella quale
si riconosce, verita' delusa o attiva che lo aiuti nella determinazione
del mondo (il mondo non puo essere sorpreso o scoperto soltanto
dai sensi), a dare un significato alla gioia o al dolore in
questa fuga continua di giorni, a stabilire il bene e il male;
perche' la poesia nasce con l'uomo, e l'uomo nella sua verita'
non e' altro che bene piu' male(2).
Soprattutto il personaggio vuole rendere palpabile l'evidenza
di un tempo nel quale "i vivi hanno perduto per sempre / la
strada dei morti e stanno in disparte", rendere visibile lo
scarto tra oggetto concreto e la nozione che ne ha chi vi si
affaccia con i mediati mezzi della cultura e con il timore dell'uomo
solo di fronte allo sgomento della distruzione, all'orrore della
guerra. Le stazioni di un percorso privato, interamente costruito
su occasioni palpitanti, si legano all'amoroso ritorno fantastico
nell'antica terra: distinta, vista dalla specola dell'oggi,
l'isola e' un'altra sponda, confinata nelle sue essenziali forme,
nelle mitiche immagini di scoperte fatte nell'infanzia; e cosi'
continua ad inviare emblemi e analogie e simboli (anzi il "tempo
(che) s'umilia nei simboli" di Piazza Fontana in Ed e' subito
sera), continua a corrispondere dal suo abisso, decantandosi
- pensiamo alle Nuove poesie e alle elaborazioni narrative formulate
da questa raccolta che esalta il ritorno "deluso" del poeta
nel "volo a spirali serrate" del nibbio o il suo ascoltare il
paesaggio, fissandolo in prolungate sequenze: "Dalle scure case
/ del tuo borgo ascolto l'Adda..." - in considerazioni piu'
larghe, sgranate su uomini ed eventi e nell'ossessiva cadenza
del quotidiano.
Un sotterraneo laccio lega,
in La vita non e' sogno, i vari ritratti di personaggi messi su,
tessera dietro tessera, con cospicuo uso di particolari - sia
fisici sia psicologici - e con una tecnica di racconto tradizionale,
bisognosa di avere attori gia' delineati, con volti definiti,
con una carta di identita' riempita di tutti i dati. Il primo
medaglione e' quello della "donna emiliana" amata dal poeta "operaio
di sogni" (prima era stato "peccatore di miti": v'e' dunque uno
sviluppo orizzontale, un cercare fervorose esperienze collettive,
v'e' la risoluzione di un diacronico abbagliamento degli abissi
dell'uomo e della sua avventura terrena in un sincronico incrociarsi
di speranza che possono pure essere organizzate con fatica). Donna
amata "nel tempo triste della giovinezza" e ora "da poco (...)
giocata dalla morte / mentre guardava quieta il vento dell'autunno
/ scrollare i rami dei platani e le foglie / della grigia casa
di periferia", essa reca un "volto ancor vivo di sorpresa" e un
frantume, fuggitivo, della sua infanzia. Destinata a sparire,
puo' essere ridestata dal saluto di un ignoto visitatore del cimitero:
"O tu che passi spinto da altri morti / davanti alla fossa undici
sessanta, / fermati un minuto a salutare. . .": il procedimento
di narrativa popolare aiuta a riscoprire e a integrare quel barlume
subito spento che sono stati i giorni della donna "che non si
dolse mai dell'uomo / che qui rimane".
Il ritratto di chiusura e' quello della madre "povera / e giusta
nella misura d'amore / per i figli lontani". La sua "mite" ironia,
il suo sorriso sono stati per il figlio salvezza dal dolore. Ora,
nella lontananza, essa attende, come tanti altri, senza sapere
che cosa.
La breve storia dall'incipit all'explicit della raccolta ci consegna
i connotati piu' rilevanti del protagonista, sfogliando il continuum
della sua vicenda: lo vediamo ragazzo fuggito di notte "con un
mantello corto / e alcuni versi in tasca". E "povero, cosi' pronto
di cuore", in viaggio verso la minaccia e la morte. Ma la materia
autobiografica, proprio per l'abilita' di un racconto a suspense,
tesa a svelarsi a poco a poco, giunge alla chiusa dopo che la
parte e' stata tutta velocemente recitata. Ad un epilogo che ripropone
il cammino.
Intanto scorre tutto un paesaggio vicino che annuncia le stagioni
(il "girasole piega ad occidente // e l'aria dell'estate / s'addensa
e gia' curva le foglie e il fumo / dei cantieri") e si svela nell'ambientazione
metropolitana e industriale. E v'e' pure, allineata, tutta un'aria
di grigiore posata sull'esterno; la "grigia casa di periferia",
l'"ora meridiana pigra / d'ali", l'"Olona (che) scorre tranquillo",
il "tempo colore di pioggia e di ferro / (che) e' passato sulle
pietre", l'ultimo gioco del cielo "che s'allontana "con scorrere
/ secco di nubi e stridente di fulmini", gli alberi "stretti dentro
la cerchia dei Navigli", il sole che se ne va / con il filo del
suo raggio affettuoso", il "colore verde che s'oscura" di un canale.
L'osservazione di uno spaccato giornaliero, ripetuto e stanco,
scorso dalla mano del diarista, contiene come nelle piu' semplici
e disperate pagine di un cassoliano registro di ore medie e monotone,
uguali, stillanti nei giorni polverosi, inseguite da se stesse
e dal proprio ovattato rumore, il senso della vita che passa e
fa uguale a se', stanca e senza dannazione, la morte ("Ogni giorno
/ e' nostro. Uno si fermera' per sempre / e tu con me, quando
ci sembri tardi"). Assenti la polemica amara, il drammatico gesto
del rifiuto, ma ovunque lento accumulo di tempo. Lontani "i tamburi
/ a cadenze di morte", si ascolta solo il "rumore dell'acqua in
movimento", mentre "non albero / si muove dal suo pozzo di radici"
e i "giorni s'allontanano dispersi".
Accanto v'e' il paesaggio della ricostruzione storica, scandito
per scabre scene, ma pur con qualcosa di appena percepibile, un'eco
di tragedia, un costiparsi di ombre che non riescono a trovare
pienezza di luce, travolte da un tono troppo sentenzioso, alto,
esclamativo, pero' in un linguaggio - come ha visto G.Manacorda
(3)- "ormai non piu scritto in cifra, ma aperto a tutti, e al
servizio di tutti, secondo un'intenzione di realismo parenetico".
Dai "campi" di Polonia alla "piana" di Kutno, dalla "mite selva
di faggi" di Buchenwal agli "acquitrini e la neve putrefatta"
di Stalingrado e di Minsk, scivola una linea fatale di sfondi,
strutturata in immagini autonome e isolate, microcosmi rivelati
da un'intima scoperta, appena guidata dall'illustrazione, e accesi
nella fantasia al di qua dei confini delle terre stesse cantate.
Vasta pittura di aggregazioni,
con gli ingredienti in regola del racconto contrassegnato da una
brevita' non affannata, portato avanti da una semplicita' sintattica
(domina un processo elencativo, solo un po' franto da un eccesso
di tono) e metaforica (il paesaggio di sangue chiama in causa
l'emozione). Il simbolismo risulta trasparente, qui come in altri
testi della silloge, e fa emergere lo sdegno e la pieta' e sovente
pone interrogativi proprio a una condizione del poeta molto manifesta,
gridata, troppo esposta alla luce. Non tende invece, questo simbolismo,
alla luce da attingere per esplorare l'interno dell'io. La parola
e' discontinua, ora raffinatamente leggera, quasi deposta in filo
di penna; ma forte, stridente, carica di sdegno, e cosi' agevola
il concentrarsi completo dell'immagine in un ingorgo, nella non-vita
di "quest'uomo / sconfitto da domande ancora aperte".
Il "chiuso ronzio di maledetti" e' l'ottica dalla quale Quasimodo
indica il suo mondo e compie un viaggio, millimetrico e metafisico,
nelle cose. Un viaggio che O.Macri' vede intridersi del funereo
canto dei Sepolcri foscoliani (4) e che si articola nelle direzioni
possibili della narrazione, patendo ogni volonta' e scacco di
movimento definitorio, e facendo affiorare dietro gli eventi dichiarati
o appena annunciati o guardati in luce di curiosita' o di sospetto,
le violenze dei fatti, le scene dannate del vivere, spesso raggiunte
non tanto direttamente, ma attraverso uno svelamento obliquo,
progressivo di dettagli, oppure mediante un fraseggio dei sintomi,
una costruzione di figure e intrecci fatta principalmente di parole
a piu' latitudini e di riflessi.
In questi testi, come nei successivi di Il falso e vero verde
('54), Quasimodo offre un teatro complesso di uomini che sono
un po' espressione di verita' crudeli e della voce "lenta" della
terra, un po' riferimenti alle categorie del male, del dolore,
o simboli che stanno al di sopra del visibile, avvolti in un alone
misterioso.
L'autore sembra disposto ad ascoltare gli echi del mondo intorno
e a riversarli in una pagina continua, febbrile, di visi tracciati
con una tecnica di ripresa sempre piu mobile e agguerrita; certo,
un tantino irrisolta tra alcune scelte stilizzate, autentiche
figure calligrafiche assottigliate e ridotte al puro segno, disposte
nella loro astrazione come in un gioco enigmatico (pensiamo alle
"fanciulle col petto d'arance" e a "chi frusta i cavalli nell'aria
/ rossa", a "chi piange" e ai "ragazzi che cantano", all'"acrobata
al trapezio / del Tivoli" e alle "donne dei porti" e agli "uomini
vili" che ridono "in tutta la terra") e, per contro, materia esuberante,
sfiorata da luce calda, scrutata nelle pieghe, portata a sgranarsi
nel chiaroscuro e a risuscitare tra scatti e deliri: documenti
gonfiati nel primo piano, schizzi violentemente incisi da una
funzione mnemonica in cui l'io si chiude talvolta per meglio vedere
l'esterno, "tutto / cio' che brulica qui e di la' del vento";
una specie di autoesclusione dall'abbellimento dei fatti, dalla
loro mitizzazione, al fine di riservarsi il ruolo di custode degli
oggetti, con il "pudore di scrivere versi / di diario" e di ripetere
il "monotono / diario degli uomini".
Da questa vampata creatrice, incendiata dal fuoco della realta',
si liberano le collane piu espansive dei ritratti che popolano
tutto il tessuto narrativo di Il falso e vero verde, ove anche
nelle piu brevi cadenze lo scrittore muove i particolari in modo
che ognuno riveli uno scatto dell'animo, ma allo stesso tempo
si riduca all'uguale livello di opaca, vischiosa condizione del
mondo. In una musica inapparente, egli crea periodi sillabici
nei quali si autodetermina una coesiva forza, una spinta di attrazione
tra gli elementi, tra le parti, che e' quella tipica della prosa.
Sicche', anche quando mancano, nelle loro estrinseche manifestazioni,
le figure, la compagine tematica e le interne mosse dei ritmi
chiamano in campo una partecipazione oggettiva alla vita, una
fattura di cose che non si esaurisce nel dolore, nell'invenzione
obliosa, ma nello svolgimento impetuoso e imprevedibile delle
occasioni. Passano la "ragazza seduta sull'erba" che "alza / dalla
nuca i capelli ruvidi e ride / della corsa e del pettine smarrito"
e la spettrale visione del cadavere della donna a testa in giu'
con "le calze da macabro can-can", le "migliaia di donne spinte
fuori / all'alba dai canali contro il muro / del tiro a segno
o soffocate urlando / misericordia all'acqua con la bocca / di
scheletro sotto le docce a gas", i "sette emiliani dei campi",
e i "quindici di Piazzale Loreto" scanditi nei nomi propri che,
come ha rilevato il Petrini per il Pascoli, contribuiscono alla
ricostruzione storica che "vuol godere di se' nella pienezza dei
Suoi colori"; non usati per risuonare d'echi, evocare storie sottese,
vicende che tentano l'intesa con il lettore.Il
giro del verso si attarda, annulla le vibrazioni, appresta invece
una intelaiatura discorsiva, avanzamenti lineari, stabilisce un
prima e un poi tracciati, presi e dissolti, ripresi in altri modi
grammaticalmente congiunti e di nuovo risospinti in sfere subordinate
ove, improvviso, sorge e martella un nuovo rincalzo. E puo' crescere,
nel parlato diretto del poeta, questo rincalzo non lirico, ma
didascalico, pendolare tra esegesi ed effetti scenici, toni esclamativi
ma pronti a far balenare una storia celata, a volgere un impeto
in forma di recita.
E anche di pellegrinaggio nel rombo dell'oratoria che se inevitabilmente
ipereccita la parola e l'immagine, proprio prolungando la sonorita'
crea scie, lunghissimi riflessi e suoni e spreco di fatti trascinati
da questi suoni. La componente sonora, d'altra parte, si associa
a un manifesto colorismo per creare sfondi sempre sul limite di
spostarsi nella favola; in un paesaggio surreale percorso da "colpi"
di vento che "stappa inni e lamenti", da specchi che rimandano
volti, da schiocchi di frusta, da simbolici corvi, da personaggi
silenziosi e, seguitando, dall'attesa di una parola cosi' come
da "carri rossi di saraceni e di crociati".
Ne scaturisce un capitolo di romanzo apertissimo nelle sue articolazioni
strutturali, nei modi di utilizzare, con fini di superiore amalgama
di racconto, disparati elementi, materiali eterogenei, voci del
presente e verticali spinte dell'ieri, citazioni letterarie e
referti di cruda realta', fatti di cronaca ed epica e leggenda,
documento inerte e mobilita' espressiva nel disporre dello stesso
documento e ancora speculazioni filosofiche e mappe geografiche,
la "macchina / che stritola i sogni" e gli "animali stellati":
tutto nel quadro di una pagina che fa della parola stessa una
nuova figura densa di strumentazioni narrative, e che esprime
una grande modernita' proprio nel mescolare i ricordi nella loro
impaginazione estetica di momenti attraversati da un ideale d'arte,
di poesia e nel loro essere ritorno dei piu' piccoli particolari
della vita. Si stabilisce un fluire ininterrotto di immagini,
affollate di sensazioni, che si riversa in una musica continua,
lesta ad accordarsi a un delirio di visionarieta' dimidiata, ove
le asprezze del vivere si alternano con i piu' distesi episodi
d'amore, con il largo dei sentimenti.
Le tendenze romanzesche sono la spia di una volonta' di sperimentare
vie diverse nelle quali la dimensione figurativa e quella cronachistica
assumono una priorita' talora pure eccessiva, prevalgono nettamente
sulla tendenza orfica, allineandosi in espressioni piu' limpide
e comunicative. E siamo al tempo di La terra impareggiabile ('58):
nella struttura organante diminuiscono le analogie e le formalizzazioni,
mentre cresce l'allegoria e con essa il bisogno di legare in modi
piu' scoperti - e pertanto lontani dal guscio della metafora -
le cose visibili alle emozioni del soggetto. Il romanzo appare
attivato in senso moderno, come svolgimento di un destino che
si confronta continuamente con il mondo circostante.
Allargati i territori del canto, aperta la poesia, come e' stato
detto, a un "nuovo umanesimo, quello derivato dalla mutata vita
morale del nostro popolo" (5), Quasimodo pone a protagonista l'io
che, aprendo il viaggio, legge la sua storia "come guardia di
notte / le ore delle piogge" e si rivolge agli "abitanti crudeli
e sorridenti" delle sue vie, dei suoi paesaggi.
Consapevole di un tracciato che corre verso una "fine" ("superficie
dove viaggia / l'invasore della sua ombra"), insinua le proprie
emozioni nel tempo (Oggi ventuno marzo), scopre i fondali, l'"area
- ha detto G.Gramigna (6) - non direi appena geografico-psicologica,
ma scrittoria"della Lombardia ("Gia' inverno, non inverno,/fuma
un falo' presso il Naviglio"), instilla un sospetto di intrigo
("Qualcuno puo tradire/ a quel fuoco di notte...") e intanto vive
un'altra dimensione, si sposta in un altro luogo, scoperto senza
un richiamo, ma toccato da un'onda lunga di racconto (la lirica
Un arco aperto ha la sua trama narrativa: l'introduzione cronologica-
"La sera si frantuma nella terra . . ." - . la comparsa del personaggio
- "E tu misuri il futuro ...-, il rilevamento dei luoghi - "Le
isole alte, scure/ schiacciano il mare . . . " -, la comparsa
del personaggio - "E tu misuri il futuro . . .-, il riporto del
contigente a una riflessione - "Non sa la morte..." la conclusione
carica di supense - "Qualcuno verra'"-). Scatta
intanto l'avvio a un viaggio verso il passato; un'immersione nel
paesaggio storico (Lentini, Pantalica, L'Acropoli, l'Alfeo, Micene,
Delfi, Maratona, Cnosso, Eleusi), popolato di personaggi che una
parola richiama e respinge nella loro contesa con il tempo: la
parola dei poeti che "parlano molto" di storie antiche; immersione
nel paesaggio dell'infanzia ove il personaggio dominante rimane
quello del padre "dalla pazienza/triste, delicata" (e la lirica
Al padre si scinde in ramificazioni di notizie disposte a liberare
un avvenimento e i suoi poveri eroi: il terremoto che "ribolle",
le macerie di Messina, il mare "avvelenato", gli uomini superstiti
in carri merci, con i fanciulli a contare "sogni polverosi con
i morti / sfondati dai ferri", i "ladroni / presi fra i rottami
e giustiziati al buio", il padre con i suoi "segnali / di partenza
colorati dalla lanterna / notturna", l'autore che parla di se'
con orgoglio e ricorda i profumi della terra e personaggi di una
volta e commenta la "scienza del dolore", l'oscura forza della
vita).
V'e' poi il ritorno al presente per cogliere il formicolio del
vivere, le "bianche botteghe dei merciai" (si levano sullo sfondo
le arche scaligere e a quelle rispondono i millenni dell'isola,
i morti vicini alla "lucente / immaginazione degli astri"): ma
il repentino guardare dentro di se, il riandare al tempo dello
"sguardo infantile di rancore" non vuole dire frantumare il disteso
accordo dei piani; e', invece, seguire il flusso continuo della
realta' nella quale il ricordo si mischia con il presente, con
i suoi mostri e incubi e riti, lo spettro della guerra atomica
("Non direte una notte gridando/dai megafoni..."), la "notizia
di cronaca"("Claude Vivier e Jacques Sermeus/ ... /freddamente/
a colpi di pistola, senza alcuna/ ragione uccisero due amanti
giovani..."), l'esibizione di un contorsionista nel bar, "melanconico
e zingaro", i "soldati anonimi", la "macchina che stritola i sogni".
Intanto, l'io insegue le sue visioni, medita, polemizza, polarizza
su di se' la narrazione, attraversa l'oggi e il mito: esemplare
Micene, ove la scansione parallela di una ripresa diretta dell'osteria
e delle ombre di Agamennone ed Elettra e unificata in un racconto
realistico e visionario, umoroso e nostalgico. Se il mito e' portato
a familiarizzare con il quotidiano, anche il simbolo deve piegarsi
a una descrizione protratta, deve essere sciolto e manifestato
come un fenomeno apparente, plausibile: ecco, nel Muro, "tutti
uguali, piccoli scuri / in faccia, maliziosi", i muratori "segnare
giudizi sui doveri / del mondo". Il simbolo non resta chiuso nel
suo bozzolo fulminante: si incarna piuttosto in figure articolate
in un racconto ("Ogni tanto qualcuno precipita / dalle impalcature...")
e confortate da un illustrativismo spinto da curiosita', dal gusto
dell'esemplificazione. La poesia allarga le tensioni interne delle
parole, chiuse nella loro circolarita', in una sintassi comunicativa
che raccoglie anche in modo vistoso e teatrale il gioco delle
passioni, avvolgendole tavolta di oratoria e arrestandole in un
territorio di espansione, allocutivo e con carenze recitative,
in un verso sempre piu' protratto, diluito anche per quel processo
dimostrativo di tesi, di passaggio delle idee in un canto meno
orgoglioso di se' ma piu' bisognoso di confini aperti, di una
piu' spiegata consapevolezza dei mezzi espressivi, i cui presupposti
erano stati creati dalla traduzione dei lirici greci. La necessita'
di sottintendere alle figure e alle loro implicazioni una volonta'
morale da inoltre spessore ai singoli episodi che possono starsene
come staccati in una compressa area di ripetizioni: ma pure in
questa orizzontalita' interrotta, in questi impulsi strozzati,
v'e' un accartocciamento furioso, una frenesia, un "ghigno scatenato",
e v'e' anche - ma non contrasta con la vocazione al racconto -
una piu' scarna partitura linguistica che, nella Terra impareggiabile,
significa concedere all'osservazione maggior peso concreto, circondare
la parola con dominio critico, eleggerla a depositaria del nuovo
contenuto "condizionato al corso della storia".
Se e' vero che l'ultimo Quasimodo si accosta alla realta' esponendola
- cosi' G.Bàrberi Squarotti (7) - al fine di "accoglierla in un
cerchio di dizioni gnomiche, in un assiduo e alto sentenziare,
che tende a fare, della notizia, mito, vicenda esemplare da ripetere
a severa meditazione e ammonizione,,, va aggiunto che la tensione
sapienziale di questo rapporto chiede sempre nuovi corredi di
immagini appropriate, di appoggi che finiscono per trasformarsi
in stravolgimenti visionari, dal momento che la materia ha bisogno
di centrare immediatamente gli obiettivi e, soprattutto, di misure
visibili, ad effetto. Il tono predicatorio (si va dal "segreto"
che "ha margini felici" di Visibile, invisibile agli eroi che
sono "fortuna per la civilta'" di Epigrafe per i partigiani di
Valenza), introduce una spinta al fatto indicativo, fa muovere
la tensione degli eventi allontanando le forme asfittiche e bloccate.L'evento
- citiamo ancora G.Barberi Squarotti - "rimane cronaca", ma la
cronaca a forza di sottolineature e riporti universalizzanti rifornisce
il racconto; e, contemporaneamente, la memoria erudita tende a
irradiarsi passando attraverso la decorazione, sistemandosi in
una struttura a paragrafi, sbucando nella rievocazione archeologica,
ricca di spunti, e nell'esperimento continuo sui connotati di
vicende piu spicciole.
Quasimodo va riempiendo ora quel "troppo bianco" rinvenuto da
Macri' nel suo noto scritto sulla Poetica della parola (8) e quello
"spazio accecato" individuato da Bo, attraverso la vicenda dell'io
messa strettamente in relazione con quella degli altri; sicche'
la sfera soggettiva Si sovraccarica di intenzioni sociali che
divengono esplorative, si situano come strumenti aperti, affermandosi
in un dettato stimolante e pure parabolico, non sempre risolto
in una continuita', ma sostenuto tuttavia da una serie di invarianti
che danno uno schema narrativo. Il soggetto tende a scoprire il
mondo circostante "visibile" e al tempo stesso reca immagini di
un passato "invisibile" alle quali il poeta deve "parole d'amore":
ma sa d'essere insidiato dalla morte ("la mia vita gia' accerchiata"),
indifeso di fronte al pericolo ("la mia vita (...) e' senza maniglie
alle porte"). E anche la figura femminile, che sboccia da un'azione
appena accennata ("oltrepassi la spinta dei germogli"), con il
poeta si affida alla precaria esistenza ("Ora la primavera non
ci basta").
Passano figure friabili destinate alla scomparsa, ma in movimenti
tesi, nella "continuazione quieta e indistinta": la guida dell'Acropoli
che dice "dalla sua onda di luce", il venditore d'acque che ride
"vicino alla fonte" o il bronzo dell'auriga plebeo "con la fronte
bassa / e l'occhio di cavalletta smaltato". Non sono che ombre,
certo, ma portano vibrazioni di fatti celati, un incontrarsi veloce
di volti, un intreccio di storie intraviste tra le quali anche
quella dell' io posto di fronte "a una domanda di natura e angoscia
/ che folgora su un numero miliare, / il primo della strada torrida
/ che s'incunea nell'al di là". Il racconto autobiografico di
quest'uomo, eterno Ulisse veleggiante "in riva al mare di Aci"
contro la "mala sorte", la cronaca che si fa "muschio" ai "muri
della città/ d'un arcipelago lontano" e 1'"oscura cronaca contadina
e operaia" dei caduti di Marzabotto sono i segnali di una stessa
resa, di una sconfitta e vana fuga dal "nulla che stride di colpo
e uncina/ come la fiocina del pescespada".
É un gioco crudele che si fa passivo: come il bilancio di Dare
e avere, cifra dell'ultima stagione quasimodiana. Il tema della
malattia incornicia la raccolta, aperta dal racconto del ricovero
del poeta in un ospedale russo (e la trama si anima del vento
siberiano "lucente sul vetro di schiuma", della presenza dell'
"infermiera della sorte" che gira per le corsie "con le scarpette
di feltro / e gli occhi frettolosi", del ricordo della madre e
della solidarietà della "Russia umana") e conclusa da quello,
più grigio e dolente, del ricovero nell'ospedale di Sesto S. Giovanni.
Qui i toni sono più spenti, sembrano segnare un presagio di morte:
il poeta è "ombra (...) su un altro muro / d'ospedale" e poi è
un "emigrante / che veglia chiuso nelle sue coperte, / tranquillo,
per terra." É preso dai desiderio di ascoltare "volentieri le
parole della vita / che non ha mai inteso", mentre intorno monache
irlandesi sfiorano quasi le cose, come "mosse dal vento", non
parlano di morte e, sconosciute quasi a se stesse, portano una
giovinezza e una gentilezza ignote.
Tra questi poli scorre un lungo viaggio, ritmato per capitoli,
in paesi stranieri e isolani dai quali filtra un immalinconito
pensiero di annullamento, di fine: Monaco, con la pioggia che
"si sbrina galleggia nei riverberi"; Tolbridge, ove aleggia un
"tempo senza forma"; Harlem, con una chiesa che "sembra un atelier";
Capo Caliakra, un "granito" vicino alla torre di un faro militare;
le "croci celtiche", di Glendalough dal cui cielo ghigna un corvo
solitario; il cimitero di Chiswick che ha "risonanze di mortelle"
; la "calda e scura" pioggia di Mérida; il mare di Trabia e la
"morta" Solunto. Almeno un "segno di geometria viva" prende il
discorso informativo: e se spesso lo chiude in una sequenza di
frammenti circolari, di lacerti di azioni frenate, di fatti più
definiti che risolti in un ventaglio di circostanze, tuttavia
si mostra come l'indicatore ordinato ("geometria") e sollecitante
("viva") di una scrittura che riesce a far vibrare anche smorte
schegge, un indice inerte (come nella lirica Solo che amore ti
colpisca, ove un catalogato mondo animale - il cane, i cavalli,
i gatti, i topi, il ramarro, il merlo, l'usignolo, la vipera,
il fuco, la rana, gli uccelli - tende a vivacizzarsi in una sorta
di plot favolistico dotato di una sua chiusa morale: "non dimenticare
/ di essere abile animale e sinuoso / che violenta torrido e vuole
tutto qui / sulla terra... ").Una
scrittura che legge nel "video della vita" e trova avventure fantastiche
("E di colpo il mio corpo / sale su un albero d'arancio...") e
"ombre sotterranee": si tratta di Una notte di settembre così
ricca di meditazioni esistenziali, ma pure sollecita a far scostare
l'impalcatura riflessiva per assaporare un gusto tutto tensivo:
il "tamburo cavo (che) tonfa / nella notte straniera...", i corvi
che cadono fra la neve "presi da un piombo / silenzioso", i pensieri
"sospesi sotto una volta gotica", una porta che si apre, il suono
lontano di un piano e il dialogo stesso con l'aldilà che "entra
nella mente".
Altrove la pagina erompe in un' affabulazione di storie minimali
(i canti sulla chitarra nelle birrerie, le "mute reclute della
domenica" che "scendono verso riva"; i villeggianti che, "curvi
su tele cerate a rossi / quadri e blu", bevono caraffe di Tokay;
il sacerdote che "prega in silenzio / con gli occhi bianchi le
ragazze di pelle / nera che cadranno in trance / nell'angoscia
del Dio cristiano" ; i balestrieri "vestiti di broccati vivaci"
che "tentano la sorte di colpire un centro / con una freccia medievale";
gli "uomini piccoli / raccolti nelle spalle ondulate" ; l'uomo
che "esce dal suo letto di frasche / e va in cerca di pietra e
di calcina"; un ragazzo che rompe macigni e "ne stacca scintille");
e poi lega latitudini distanti - la gente di Baviera, il Naviglio,
l'isola con tutte le mani che "alzarono muri" -, centellina i
giorni d'Ungheria del poeta e sempre appare toccata da quell'
"urgenza di ritrovare la parola non in un'acqua inaridita, disseccata,
ma sul tramite interiore della coscienza, appunto del cuore" che
Petrucciani ha individuato già nel primo Ouasimodo (9).
Ma non è solo nella rete di paesaggi e volti che Quasimodo lascia
cadere il suo dire di cose e di avventure, di schizzi e bozzoli
di vicende: egli sa andare oltre lo "schermo di sigle / impassibili,
di apparenze" che vede innanzi a sé, sa dare rappresentazione,
tutta a sbalzi e movimento, alla terra del Nord che "salta sulle
isole / di pietra barbara, istiga i suoi mostri con immagini vere",
e sa cercare "una donna d'amore" nel tempo, mentre intorno l'afa
"spacca / le foglie dei pioppi" e "canzoni italiane / passano
capovolte sul colore degli iris".
In Dare e avere si apre quindi uno spazio che si affida ad una
rappresentazione lenticolare, topografica, la quale assume i dati,
e molti e dispersi, esclusivamente in funzione di possibili fatti
narrativi di ipotesi di racconto (esemplare è La chiesa dei negri
ad Harlern) e in successioni intrecciate, concatenate all'interno
di più alte strutture coesive (10). I fotogrammi isolati si trasferiscono
nella superiore unità del disegno scenico e impongono una lettura
complessiva che lega i vari ritmi - memoriale, illustrativo, storico-archeologico,
riflessivo, miniaturizzante - e unifica i frantumi, non slegati
pertanto ma di per sè parte di un tutto. L'osservazione di Quasimodo
è tesa a fissare le figure sempre in un primo piano, vietando
la fuga nella dispersione, nel canto autoappagante, nel fenomeno
irrigidito nella propria autosufficiente nettezza; infine, nella
parola solitaria e sovrana. I monconi, gli spezzoni, le particelle,
portati ora da un lessico più comune, mimetico, che perfora la
cronaca e va dritto al dato, si armonizzano prima di tutto in
un verso lungo che crea "premesse di tragedia e di tensione" (11)
e si adatta a un più dilatato impulso di conoscenza del mondo.
D'altronde l'alternarsi di metri e di ritmi stimola lo sguardo
del poeta che scrive "parole e analogie" e tenta di "tracciare
un rapporto possibile tra vita e morte". Dare e avere è anche
la storia di questo rapporto toccato con accenti drammatici, discorsivi,
epico-lirici, nei quali i vari toni e obiettivi si distendono
in quel "discorso intero" auspicato da C.Bo nella prefazione a
Giorno dopo giorno.
Quasimodo sa bene che il presente è altrove ("Il presente è fuori
di me / e non potrà contenermi che in parte") e che ormai il ruolo
solitario di una voce che tutto risolve in se stessa non resiste
al rumore alto che da tutto l'esterno proviene, e se cede all'elegia,
è quella "colloquiale" (12) che lo tenta. L'attenzione si rivolge,
ormai, più orizzontalmente al fervore delle cose, al loro dirompente
emergere ed eclissarsi rapido: al di là degli alberi una finestra
"fa nodi di immagini, / di pensieri".
Microstorie possibili, le stesse che sono narrate dalle mani di
un amico ("Le tue mani ardenti / narravano qualcosa che udivo
/ in un'eco incredibile / di pena... "). E allora, in una nuova
sintassi amalgamante, talvolta aspra, dissonante e diluita, che
impedisce lo scoppio univoco dell'emozione ma si apre a un'intesa
meno sotterranea con la circolazione dei fatti e della fiction,
il poeta trova legami inusitati anche tra parti distinte, universi
di volti in fuga su cui dilaga un colloidale sogno panoramico.
Un sogno che può pure contenere quelle mani che narrano.1)
M.TONDO, Salvatore Quasimodo, Milano 1970, p.89.
2) Sul poeta che oggi "non puo' scrivere idilli o oroscopi lirici,,
Quasimodo insiste nel Discorso sulla poesia ('53) ove, tra l'altro,
scrive: "La posizione del poeta non puo' essere passiva nella
societa': egli "modifica" il mondo, abbiamo detto. Le sue immagini
forti quelle create, battono sul cuore dell'uomo piu' della filosofia
e della storia. La poesia si trasforma in etica, proprio per la
sua resa di bellezza: la sua responsabilita' e in diretto rapporto
con la sua perfezione" .
3) G.MANACORDA, Storia della letteratura Italiana contemporanea,
1940-1965. Roma 1967.
4) O MACRI', Poesia di Quasimodo: dalla "poetica della parola"
alle "parole della vita", in S.Q. La poesia nel mito e oltre,
in Atti del Convegno nazionale di studi su S.Q. (Messina10-12
aprile 1985), a cura di G.Finzi. Bari 1986. pp. 39-40.
5) E.F.ACCROCCA, I due tempi di Q., "Fiera letteraria", 16 sett.
1956.
6) G. GRAMIGNA, La morte: quinto elemento, in Atti cit., p. 85.
7) G.BARBERI SQUAROTTI, Q. fra mito e realta', in Poesia e narrativa
del secondo Novecento, Milano 1961. Cfr. M.BEVILACQUA, La critica
e Q., Bologna 1976, p. 102.
8) O.MACRI', Esemplari del sentimento poetico contemporaneo, Firenze
1941.
9) M. PETRUCCIANI, Q. ermetico, in Q. e l' Ermetismo, Centro nazionale
di studi su S.Q. Modica 1986, p. 35.
10) FINZI ha parlato di "una nuova epica moderna, dove la vita
solitaria del poeta riesce a identificarsi nel cuore del reale
con gli altri nella coralitá e nel dramma"(G.FINZI, Invito alla
lettura di Q., Milano 1976, p. 55).
11)G.FINZI, Invito cit.,p. 157.
12) "(...) il canto dell'esilio non é un canto metafisico, ma
é un'elegia colloquiale che mira a darci i tratti veri di un dolente
e tuttavia pugnace itinerario umano, ricostruibile storicamente
nella sua necessitá sociale e nelle sue motivazioni individuali"
(N.TEDESCO, Dare e avere: privato e pubblico. Contemporaneita'
dei miti e miticita' del presente nell'opera di Q., in Atti cit.
p. 389).