Paolo
Mario Sipala Quasimodo e l'intellettuale italiano nel dopoguerra,
tra post-ermetismo e neo-realismo
Come si colloca Quasimodo
in un segmento della storia culturale del dopoguerra 1945-59,
dallo scontro tra ermetismo e neorealismo sino alla fine del neorealismo?
20 maggio 1945: Alla soglia del dopoguerra, in un articolo per
"L'Unita'" di Torino, Pavese esordisce: "Da anni tendiamo l'orecchio
alle nuove parole. Da anni percepiamo i sussulti e i balbettii
delle creature nuove... ". Parla di nuova leggenda, di nuovo stile.
In un articolo per "Rinascita", scritto il 26 gennaio 1946, discorre
addirittura di una nuova letteratura.
Il problema del poeta e' rompere la solitudine dell'uomo andando
verso l'uomo, trovare parole fatte per l'uomo, per il "compagno
uomo": prendere parte alla vita attiva, trattare il reale, toccare
il cuore delle cose, esser d'accordo con se stesso. Nei modi verbali
dell'infinito, pare di sentire il timbro di indicazioni programmatiche
imperative a cui Pavese vorrebbe abbandonarsi, ma non ciecamente,
sempre con il supporto della "fantasia intelligente" e con una
problematica riluttanza. La sortita dalla solitudine, l'ingresso
nella solidarieta' sono parimenti condizioni di sofferenza. Tuttavia
e' chiaro che lo scrittore, pur nella continuita' di un'esperienza
esistenziale irripetibile, sente la novita' della situazione storica.
Abbastanza affine l'itinerario di Elio Vittorini. In quello che
puo' considerarsi il manifesto di "Politecnico" (29 settembre
1945), Una nuova cultura, egli osserva che la plurisecolare cultura
precedente da Platone a Cristo, dalla riforma all'illuminismo
al liberalismo, non e' riuscita ad evitare i grandi delitti della
guerra e dei campi di sterminio, e non ha rigenerato l'uomo. "Potremo
mai avere una cultura che sappia proteggere l'uomo dalle sofferenze
invece di limitarsi a consolarlo? Una cultura che le impedisca,
che le scongiuri, che aiuti a eliminare lo sfruttamento e la schiavitu',
e a vincere il bisogno, questa e' la cultura in cui occorre che
si trasformi tutta la vecchia cultura".
Il progetto, generosamente utopistico, di una nuova cultura che
Vittorini fondava sulla speranza del comunismo, si scontrera'
di li' a poco con l'apparato e la disciplina del PCI, allora sotto
l'egemonia di Palmiro Togliatti. Il documento piu' significativo
in tal senso e' la prefazione alla I edizione del Garofano rosso.
Il romanzo - com'e' noto - era apparso sulla rivista bimestrale
fiorentina "Solaria" a partire dal febbraio-marzo 1933. Il numero
del marzo-aprile '34 nel quale era pubblicata una puntata del
romanzo fu sequestrato dal prefetto di Firenze "per espressioni
licenziose riportate in varie pagine e per il loro contenuto in
genere contrario alla morale e al buon costume". Le altre puntate
furono mutilate dalla censura preventiva e lo stesso autore, ai
fini della pubblicazione in volume, riscrisse tutte le parti non
pubblicate perche' non dessero piu' noia alla censura e ritocco'
le parti pubblicate per renderle uniformi alle altre. Nonostante
tutto, nel 1938, la pubblicazione in volume non fu autorizzata.
Dopo la liberazione, Mondadori si dichiara disponibile a pubblicare
il romanzo. Da ciò i dubbi di Vittorini e la necessita' di una
lunga prefazione perche' - siamo ora al dicembre 1947 - l'autore
vuole giustificare l'opera in quanto la sente distante da quello
che egli era diventato. La prefazione, cosi', diventa il capitolo
di un'autobiografia intellettuale in cui, come in quella di Pavese,
ricorrono l'importanza delle letture americane, la scoperta di
un romanzo che sia anche poesia (Pavese contemporaneamente trascorre
da una poesia-racconto a un racconto-poesia), l'amore alle cose
della terra, agli uomini, ai compagni uomini. Due parole spagnole
udite da una radio repubblicana durante la guerra civile, màs
hombre, piu' uomo, diventano il motto della sua storia personale,
del suo fare romanzo.
La poetica di Pavese era, pero', piu' condizionata da una situazione
personale, mentre Vittorini ripudia il realismo psicologico degli
anni Trenta, che e' un metodo "ottimo per raccogliere i dati espliciti
di una realta', e per collegarli esplicitamente tra loro, per
mostrarli esplicitamente nei conflitti loro", metodo che oggi
gli appare "inadeguato per un tipo di rappresentazione nel quale
si voglia esprimere un sentimento complessivo o un'idea complessiva,
un'idea riassuntiva di speranze o insofferenze degli uomini in
genere, tanto piu' se segrete".
La poetica di Vittorini, segna all'interno del suo stesso "mestiere"
di scrittore, uno scarto tra il realismo d'anteguerra piu' esplicito
(e superficiale) e il realismo del dopoguerra inteso a cogliere
una dimensione collettiva (anche se intima): un realismo piu'
autentico, dunque.
Pavese e Vittorini appaiono i piu' autorizzati a dare un senso
al prefisso (o prefissoide) del NEO-realismo, a cui essi approdano
per una piu' matura consapevolezza della questione-uomo.
Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Nella poesia-manifesto degli Ossi di seppia (1925), Eugenio
Montale aveva descritto, fingendo di rimpiangerlo o di invidiarlo,
l'uomo "realista", un po' ottuso e ingenuo, tranquillamente
immerso nella vita, e l'uomo neo-realista, amico agli altri,
e - in alternativa - l'uomo ermetico, che procede insicuro e
tormentato, in perenne colloquio con la propria ombra, cioe'
con la propria coscienza. Cesare Pavese mostra l'ansia di apprendere
l'arte di accettarsi, di essere d'accordo con se stesso, anche
se non imparo' il mestiere di vivere e confesso' con il suicidio
la propria impotenza. Ma e'Quasimodo ad annunciare, nel 1946,
che e' finito il tempo delle auscultazioni e delle "speculazioni".
Il poeta non e' un estraneo alla vita, "uno che sale di notte
le scalette della sua torre per speculare il cosmo" : "rifare
l'uomo, questo è il problema ; rifare l'uomo, questo e' l'impegno".
Gli risponde Eugenio Montale con alcuni aforismi sull'intellettuale
("Corriere della Sera", 26 giugno 1951), in un clima che gia'
avvertiva il tramonto dei "giorni della speranza", della Resistenza
e della Repubblica. "L'intellettuale si converte al neorealismo
percheeee' la borghesia e' esaurita. Ma dopo bisognera' rifare
l'uomo". Nelle ultime parole riportate tra virgolette e' un
malizioso riferimento alle parole di Quasimodo che abbiamo citato
prima.
Montale respinge ironicamente il progetto neorealista e ripropone
in maniera ultimativa lo scontro tra ermetici e realisti. I
due movimenti erano cresciuti accanto nel decennio 1930-40,
realizzando persino una coabitazione difficile nella rivista
fiorentina "Campo di Marte" tra il '38 e il '39, redatta insieme
da un poeta ermetico come Alfonso Gatto e da un narratore realista
come Vasco Pratolini. Ma e' nel dopoguerra che la questione
dell'impegno dell'artista diventa un reagente chiarificatore.
Montale aveva celebrato la poetica del silenzio-rifiuto dinanzi
all'eloquenza del regime totalitario : "Non chiederci la parola
che squadri da ogni lato / l'animo nostro informe [...] / Non
domandarci la formula che mondi possa aprirti / si' qualche
storta sillaba e secca come un ramo".
Quasimodo, nell'inverno del '44, e' pure indotto al silenzio,
alla sospensione del canto :
E come potevamo noi cantare
- scrive riallacciandosi mediante la congiunzione a un discorso
precedente, forse antitetico -
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull'erba dura di ghiaccio, al lamento
d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Il silenzio di Montale, pero', e' motivato da una desolazione
spirituale, da un inaridimento della parola, quello di Quasimodo
e' dovuto ad una pienezza di cuore, ad una commozione che serra
la voce. Montale aveva esaltato la "divina indifferenza" (la
statua nella sonnolenza del meriggio e "indifferenza" e' parola
tematica nel romanzo di Moravia (che viene considerato la piu'
interessante testimonianza del realismo psicologico anni Trenta)
: diabolica indifferenza, forse, quella del personaggio Michele
che muove al suo delitto d'onore, per uccidere l'uomo che e',
nello stesso tempo, amante della madre e della sorella, con
una rivoltella che s'e' dimenticato di caricare. Inettitudine,
indifferenza morale: eravamo agli antipodi dell'impegno."Il
realismo in arte non puo' che essere un realismo morale", annota
Elio Vittorini nel programma-progetto di "Politecnico". La poetica
dell'impegno o, alla maniera di Sartre, engagement, mette in
crisi la cittadella dell'ermetismo, assediata nel dopoguerra
dai fermenti di una cultura di massa.
Quasimodo, si e' visto, percepisce, in sintonia con Vittorini,
la necessita' di una rifondazione dell'umanita': "Io non credo
alla poesia come "consolazione" ma come moto ad operare in una
certa direzione in seno alla vita, cioe' "dentro" l'uomo. Il
poeta non puo' consolare nessuno, non puo' abituare l'uomo all'idea
della morte, non puo' far diminuire la sua sofferenza fisica,
non puo' promettere un EDEN, ne' un inferno piu' mite" (1946).
Accoglie nel suo canto il lamento per i fratelli Cervi, per
Auschwitz, per Milano in macerie, per la ferocia dell'uomo del
suo tempo.
Montale ne deriva un'ulteriore spinta ad accentuare, nei bozzetti
satirici del 1945, la condanna dell' irrazionalismo e del conformismo,
la nazionalizzazione dei poeti.
Piu' articolata la risposta di Giuseppe Ungaretti. Nel 1947
in un volume collettivo, significativamente intitolato Dopo
il diluvio. Sommario dell'Italia contemporanea, egli scrive
un saggio intitolato Missione del/ letterato. Lo ripubblica
successivamente , con poche varianti, con il titolo Responsabilita'
del/ poeta, poi Responsabilita' dell'artista. "Letterato", "poeta",
"artista" sono sinonimi paralleli a quelli di "scrittore", "intellettuale"
piu' adoperati nell'ambito della problematica corrente anche
se volutamente spostati piu' nel senso di una vocazione che
di una professione o di un "mestiere". Anzi in una prospettiva
diacronica si potrebbe ordinare l'inventario dei significanti
ungarettiani secondo due linee, una discensionale, l'altra ascensionale,
che si muovono per una opposizione dinamica
apostolato -> missione -> responsabilita'
artista <- POETA <- LETTERATO
Il primo termine viene progressivamente
depotenziato, mentre il secondo risulta innalzato e sublimato
finche' l'equilibrio della formula terminale (1950), Responsabilita'
dell'artista si raggiunge al livello piu' basso dell'uno e al
livello piu' alto dell'altro, al grado minore dell'impegno sociale
e al grado maggiore dell'esaltazione individuale che si colloca
in un rapporto diretto ed esclusivo con i valori supremi della
bellezza.
Nel '50, durante un'intervista radiofonica, Ungaretti chiarisce
la sua particolare maniera di intendere l'engagement, non come
militanza e neppure come organicita' dell'intellettuale alle
strutture sociali, ma addirittura come elemento di opposizione
rispetto alla socialita': "Uno scrittore, un poeta, e' sempre,
secondo me, engage': impegnato a fare ritrovare all'uomo le
fonti della vita morale che le strutture sociali, di qualsiasi
costituzione siano, hanno sempre tendenza a corrompere e a distaccare".
Viene cosi' ribaltata radicalmente la concezione dell'intellettuale
organico, che frattanto era stata divulgata dagli scritti postumi
di Gramsci.
Vitaliano Brancati si spingera'- per spirito anticonformista
- alla riabilitazione della vituperata "torre d'avorio": "E'
mai possibile che gl'intellettuali del 1947 non comprendano
che la societa' ha bisogno del loro "sacro egoismo", della loro
selvatichezza e "orsaggine", del loro spirito antisociale, cosi'
come ha bisogno della disciplina dei soldati? [. . .] E' possibile
che si parli oggi della torre d'avorio con termini resi ormai
cosi' rozzi dall'errore palese?". Brancati, come Moravia, realista
Anni Trenta, non si riconosce nel neorealismo Anni Quaranta,
come non vi si riconoscono i sopravvissuti dell'ermetismo: l'impegno
sociale dello scrittore diventa lo spartiacque della nuova poetica.
Tutti costoro si pongono sul fronte della "rottura"; mentre
Pavese e Vittorini stanno sulla linea della diversita' nella
continuita', e' il Quasimodo, nel suo secondo tempo, che, se
ritratta la motivazione ermetica dei suoi versi precedenti,
afferma la possibilita' di contenuti nuovi detti con voce abituale.Nel
'45, in una nota su Cultura e politica, Quasimodo aveva sostenuto
che dall'organizzazione politica degli uomini, anche da quella
che nasceva dopo la "furia tedesca e latina", non devono venire
ambigui suggerimenti di estetica, per un'anonima arte sociale
dove l'amore per gli uomini non e' che un pretesto.
Si esce dalla solitudine, quando si esce, per una scelta interna,
non con una precettazione politica, per una sollecitazione esterna.
Nel '46 ribadisce che la poesia non e' "un fatto fisico, una
possibilita' anonima, impersonale": "La poesia e' una conquista
dell'uomo; ma c'e' uomo e uomo che puo' conquistarla (ammesso
che un dono, comunque, ci sia) perche' le composizioni in versi
determinate da un atto volontario, che leggiamo numerose in
un certo clima corale, di civilta' "poetica", non sono espressioni
creative, ma critiche".
1946: e' l'anno in cui Vigorelli pubblica per i "Quaderni di
Costume" i versi della raccolta Col piede straniero sopra il
cuore, puntando sin dal titolo sulle poesie piu' impegnate nella
denuncia dell'oppressione. Da un anno il poeta e' iscritto (e
lo sara' per poco) al PCI. Eppure sa rifiutare energicamente
la determinazione volontaria, la suggestione populista nella
poesia. Sente una concezione attiva del poeta come uomo che
partecipa alla formazione di una societa', ma sempre come individualita'
necessaria che non ha bisogno di sollecitazioni, ne' puo' piegarsi
a strumentalizzazioni utilitaristiche.
Il poeta esprime se stesso,
un uomo, l' "uomo" (se volete), parla della societa' in cui
vive, grida se deve gridare, anche: e se uno canta il dolore
e l'altro la colata di ghisa che precipita dall'altiforno o
la passeggiata d'un operaio con la ragazza, chi dei due e' nella
verita'? Parliamo di poeti, quindi tutti e due.
Il saggio su Poesia contemporanea
procede attraverso scatti e tensioni, con una sintassi innervata
in una struttura paratattica che predilige le coordinate per
asindeto.
Il procedimento apodittico, anche nell'excursus storico, inclina
alla sentenziosita', a discapito della fluidita' dell'esposizione.
Ma emerge, commossa e trascinante, la conclsione: rifare l'uomo,
come? Ascoltando il suo cuore, rivelandogli "quella verita'
che egli non ha il potere di esprimere e nella quale si riconosce,
verita' delusa o attiva che lo aiuti nella determinazione del
mondo... a dare un significato alla gioia o al dolore in questa
fuga continua di giorni, a stabilire il bene e il male... "
Cosi' Quasimodo scrive nello stesso anno, raccostando, senza
"sgomento", la morte del surrealismo al tramonto dell'ermetismo,
riaffermando la fiducia nella poesia sino a prevedere al di
la' di essa e della sua morte (la morte della poesia, non la
morte dell'ermetismo) il silenzio sulla terra e la sepoltura
della civilta'.
"Rifare l'uomo" non e' altro che "cercare l'uomo", dentro quello
della pietra e della fionda, senza amore, senza Cristo. Renato
Birolli ha portato la ricerca dell'uomo nel borgo della pianura
lombarda fra i campi di grano, i contadini, le urla dei maiali
scannati, il balenare viola delle falci, nell'eldorado grave
di succhi, di terra agitata dal vento.
Nel cogliere questo motivo nella pittura di Birolli, Quasimodo
ritorna, ancora nel '49, alla polemica con l'ermetismo e con
quanti, anche nella pittura, "in questi anni hanno giuocato
ancora coi simboli e coi rapporti piu' allusivi a un mondo crollato
al primo fragore della mitraglia".
Una lettura diacronica svela dunque la presenza, anche in scritti
minori, delle tesi che affioravano, in persistenza e continuita',
nella riflessione del poeta.
Nella prefazione all'antologia di otto pittori e a quella di
Giuseppe Migneco riprende i giudizi polemici sui tremuli valori
formali che minacciano ancora una generazione al silenzio dell'Europa;
e questo per "la grinzosa assiduita' di critici affondati inesorabilmente
dalla storia sulla prosa d'arte, sulla calligrafia, sui codici
dell'indifferenza dei contenuti", e nei pittori presentati cerca
appunto contenuti, non simboli.
In questo stesso 1950, nella breve ma lucida autodefinizione
della propria poetica e del proprio itinerario di poeta, contrappone,
a quella dei nudi valori formali, la nuova poetica intesa a
cercare, attraverso l'uomo, l'interpretazione del mondo ed enuncia
chiaramente i nuovi contenuti: "i sentimenti dell'uomo, il desiderio
di liberta' e quello di uscire dalla solitudine".Si
potrebbe facilmente osservare che la contrapposizione di forma
e contenuto e' improponibile dopo De Sanctis e dopo Croce, e
che i sentimenti dell'uomo sono stati sempre l'oggetto della
poesia; ma come non intendere il significato strettamente polemico
della posizione quasimodiana e il suo incastro in un determinato
momento storico, quello del trapasso dal primo al secondo tempo?
Il poeta intende sostanzialmente ribadire contro l'asfissia
dell'ermetismo e delle ricerche formali, sterili se in se stesse
svolte e risolte, la novita' dei propri temi. E' ovvio che essi
non vengono esaltati nella loro grezza consistenza, quanto nella
capacita' di proporre un linguaggio nuovo. "Non sono un contenutista
- aggiungera' a Prato nel '60 - ho parlato di contenuti formali,
perche' soltanto attraverso la forma si arriva alla creazione".
Ma come non ammettere che solo con i contenuti si fanno le vere
rivoluzioni, anche in letteratura? Ne' Quasimodo era tanto ingenuo
da ignorare che i contenuti vanno risolti in linguaggio e, riprendendo
il discorso sul realismo e la concretezza delle immagini accennato
a proposito degli amici pittori, arrivava ad una conclusione
quanto mai esplicativa: "Dalla mia prima poesia a quella piu'
recente non c'e' che una maturazione verso la concretezza del
linguaggio".
Questo scritto del '50 contiene anche la famosa definizione
della Sicilia come siepe e confine del mondo:
La mia siepe e' la Sicilia;
una siepe che chiude antichissime civilta' e necropoli e latomie
e telamoni spezzati sull'erba e cave di salgemma e zolfare e
donne in pianto da secoli per i figli uccisi, e furori contenuti
o scatenati, banditi per amore o per giustizia.
Anch'io non ho cercato lontano il mio canto, e il mio paesaggio
non e' mitologico o parnassiano: la' c'e' l'Anapo e l'Imera
e il Platani e il Ciane con i papiri e gli eucalyptus, la' Pantalica
con le sue tane tombali scavate quarantacinque secoli prima
di Cristo, "fitte come celle d'alveare", la' Gela e Megara Iblea
e Lentini: un amore, come dicevo, che non puo' dire alla memoria
di fuggire per sempre da quei luoghi.
Per la linea continua di una
posizione che si chiarisce attraverso gli scritti autobiografici,
come attraverso quelli critici, e' altrettanto chiaro il valore
di una affermazione come quella sulla diversita' in quanto maturazione,
destinata ad intervenire nella "querelle" sull'esistenza o meno
di un primo e secondo Quasimodo e sulla natura della sua evoluzione
o involuzione. E' comunque un fatto che l'intensificarsi di
tali interventi dimostra nel poeta la volonta' di dichiarare
e giustificare una svolta, la nuova via quasimodea alla poesia,
aperta con Giorno dopo giorno (o forse prima), continuata tra
il '46 e il '48 con La vita non e' sogno.
La motivazione autobiografica di queste pagine e' fuor di discussione.
Anche in un breve scritto Sulla memoria, all'inizio del '51,
egli trovava modo di porre alcune mine per denunciare "vana
quella critica che esalta le variazioni sul nulla, mentre l'uomo
si morde la mano per la fame e la guerra [allora in Corea] non
tace mai, vicino o lontana".
Di piu' ampio respiro il saggio su Dante (1952). Il Dante di
Quasimodo e' il Dante "sotterraneo", quello che filologia ed
esegesi non sono riuscite a far entrare nella cultura italiana
d'oggi. Ed oggi, nella decadenza della cultura cristiana, nella
rinunzia alle metafisiche, quando la condizione dell'uomo e'
tutta nelle aperte domande della sua vita, il Dante da scoprire
e' quello che ha cantato il "reale" dell'uomo, la sua vita nei
segni che la rivelano. Quasimodo traccia la linea dell'opera
dantesca dalla Vita nova, che e' divisione dalla realta', alle
Rime petrose dove comincia a concretarsi la verita' poetica
dell'autore il quale, attraverso la mediazione di Virgilio,
nella Commedia realizza il passaggio dalla poetica della memoria
a quella del reale, degli oggetti. Il Paradiso e' un ritorno
alla Vita nova, una "resa alla cultura" nelle figurazioni astratte
dell'intelligenza. E noi possiamo comprendere la predilezione
quasimodea per le Rime petrose e per l'Inferno, come segno di
quell'evoluzione che aveva condotto il poeta alla poetica del
reale.Della ricerca del
reale e' tramato tutto il saggio e nella conclusione e' contenuto
"in nuce" il programma della nuova poetica proiettato nel futuro
e sempre in alternativa all'ermetismo degli epigoni e alle tecniche
della scuola:
Il dramma e l'epica sono le
aspirazioni che la nuova generazione piega verso il suo dolore
morale. Oggi, nel silenzio della poesia italiana, nell' "arte
male appresa" degli imitatori, un ritorno alla parola realistica
di Dante allontanera' lo sfocato, barocco pe- trarchismo. Dal
sentimento dovra' nascere la figura, dalle analogie il rilievo
d'immagini forti.
Siamo gia' alle soglie del Discorso
sulla poesia, che Quasimodo scrive l'anno dopo, nel '52 e pubblica
nel '56 ed in cui l'esempio di Dante e' ripetutamente rievocato.
Lo scandalo di questo Discorso sarebbe stato meno risentito
se esso fosse stato considerato come struttura dentro altre
strutture, quali sarebbero i testi del suo antecedente e persistente
riflettere in prosa, le dichiarazioni di poetica e gli exempla
di un esercizio critico non improvvisato, ne' arbitrario.
Percio' non e' facile condividere la stroncatura di Giorgio
Barberi Squarotti per cui il Discorso sarebbe "una giustificazione,
ricevuta dalle elaborazioni politiche, del suo atto poetico,
il tentativo di razionalizzare la propria poesia, compiuto da
uno fra i poeti dell'ermetismo meno coinvolto in impegni e preoccupazioni
critiche, piu disarmato di fronte ai principi, quindi piu' aperto
alle sollecitazioni esterne". Insomma l'incursione di un non
addetto ai lavori, il piu' sprovveduto e il meno autorizzato.
Ne' si puo' accettare la sottile artificiosita' dialettica con
cui Silvio Ramat ipotizza che Quasimodo abbia voluto con il
suo dialogo dei poeti con gli uomini aristocraticamente, anzi
classistiamente, scindere il mondo in due parti: qui i poeti-non
uomini, la' gli uomini non poeti. Si rifiuterebbe cosi' l'unico
senso della dichiarazione quasimodea: che cioe' il poeta non
possa continuare nel soliloquio intimistico; debba invece stabilire
una comunicazione tra l'uomo che e' in lui e gli uomini che
sono accanto e attorno a lui, nel tempo che e' suo e di tutti
insieme.
Certamente il quadro storico e geografico e' schematizzato,
l'esemplificazione e' allusiva (mancano in positivo nomi di
poeti contemporanei). L'unica data citata, il 1945, l'inizio
del dopoguerra, e'assunta come spartiacque simbolico di due
eta' letterarie e di due momenti morali. E cio' risponde alla
pregiudiziale storicistica che Quasimodo oppone a quanti - secondo
un'idea metafisica e metastorica della poesia - negano che una
guerra possa modificarne il corso. I sopravvissuti dell'ermetismo,
poeti e critici, assorti nelle ricerche formali o nella loro
codificazione, piu' o meno babelica, sembrano a lui gli eredi
dell'Arcadia. Ma si puo' disconoscere la resistente tradizione
arcadica nella nostra letteratura? E non e' sempre l'inerzia
il nostro male piu' vile?
In opposizione all'arcadia ermetica toscana, Quasimodo disegna
l'area di una poesia sociale prevalentemente meridionale. Poesia
sociale (non sociologica) in quanto "si rivolge ai vari aggregati
della societa' umana" e perche' risulta "necessaria" in un dato
momento della civilta'. Si avverte l'influenza di Gramsci (Letteratura
e vita nazionale era uscito nel '50), ma perche' non ricordare
che queste idee erano vive nel pensiero democratico italiano?
Mazzini aveva parlato di una "letteratura sociale", di poeti
che "interpreti del comune pensiero antivedono ed aiutano le
gravi mutazioni sociali" ed aveva polemizzato - l'espressione
sarebbe piaciuta al Nostro - contro i critici "predatori di
sillabe" e sillabe e' parola chiave dell'ermetismo: "tu ridi
che per sillabe mi scarno" (Quasimodo); "qualche storta sillaba"
(Montale).
Il meridione e' scelto da Quasimodo come area privilegiata da
questa poesia per l'inclinazione realistica dei suoi poeti nei
quali tacciono le vecchie muse dei boschi e delle valli. Il
poeta, oggi, "non puo' scrivere idilli o oroscopi lirici"; scrive
"ai fratelli Cervi, / non alle sette stelle dell'Orsa".I
nuovi contenuti pesano, perche' il contenuto e' determinato
dal corso della storia. Analogamente il linguaggio deve essere
condizionato dal colloquio del poeta con gli altri uomini: sara'
il ritorno al verso endecasillabo, che l'ermetismo aveva frantumato.
L'ambizione di una teoria generale dell'arte e' improbabile,
forse non c'e' neppure, se sono rifiutate come "avventurose
macchine teoretiche" sia l'estetica formalista, che l'estetica
marxista. Appare prevalente l'intento di storicizzare (piu'
che teorizzare) un nuovo corso della poesia che non si vorrebbe
limitato ad un'unica esperienza personale, quella appunto di
Salvatore Quasimodo e che nel Sud, anche per l'affinita' della
tematica, suscita maggiori echi e possibilita' di accoglienza.
Il dilemma, ancora aperto nella valutazione del Discorso, resta
quello risultante dal dissenso in forma di dialogo che si e'
manifestato tra Gioacchino Paparelli e Michele Tondo.
Per il primo, "riportato alle sue vere funzioni non di manifesto
o di programma, ma di chiarificazione, e insomma di riflessione
a posteriori sulla poesia; saldato a tutta una tradizione -
che da Poe e Baudelaire, attraverso Mallarme, Valery, Apollinaire,
Lorca, Benn, Eliot e tanti altri dura quasi ininterrotta - di
collaborazione e di scambi tra poesia e riflessione critica,
e' quello il nostro testo piu aggiornato rispetto agli orientamenti
del pensiero critico, piu' 'sincronizzato' alle tendenze della
poesia".
E' insomma l'accessus ad auctorem.
Per Michele Tondo, invece, che opera un rovesciamento della
tesi,
il Discorso rappresenta un
po' la summa degli umori e delle inquietudini di Quasimodo di
quegli anni, ma che gli pare valga piu' come manifesto e programma
che come chiarificazione e riflessione a posteriori sulla sua
poesia: e programma di una poesia futura che rimarra' poi solo
generosa intenzione.
L'impianto dilemmatico del problema
sembra tuttavia eccessivamente rigido.
Non puo' negarsi che il Discorso continui quell'operazione di
riflessione e chiarificazione sulla propria poesia che il Quasimodo
aveva intrapreso nel '39. Ma perche' non riconoscere che esso
contenga anche un intenzione programmatica, sia cioe' il manifesto
di una via quasimodea alla poesia, di una scuola" di cui l'autore
si riconosceva iniziatore e maestro? Si puo' ammettere che nella
poesia italiana dopo il '45 non ha dominato in senso totale
la coralita' annunziata da Quasimodo, ma si deve riconoscere
con Velso Mucci che egli ha saputo cogliere "il senso generale
di un nuovo indirizzo" e con Luigi Berti che il suo messaggio
non e' stato privo di echi tra i poeti della generazione successiva.
Forse i tempi sono maturi per una ricerca sul quasimodismo dei
contemporanei.
Lo stesso Quasimodo aveva cercato una verifica della sua "constatazione"
nell'antologia della Poesia italiana del dopoguerra. Nell' introduzione
(1957) scriveva:
E' avvenuto qualcosa intorno
al 1945 nel campo della poesia: una drammatica distruzione dei
"contenuti" ereditati da un idealismo indifferente e dei linguaggi
poetici fino a quel tempo fertili in ogni singola nazione battuta
dalla guerra.
I suoi 43 autori, nati (alla
poesia) non prima del '40 erano scelti per documentare l'esistenza
di una linea di demarcazione storica, non tanto una comune poetica.
Egli riconosceva anzi che questi poeti "irregolari" potevano
ritrovarsi su una sola linea comune: la rinunzia ai contenuti
consunti per altri diversi ed assai vari tra loro. Erano mistici
e civili, spiritualisti e naturalisti, metafisici e sociali.
Accrocca, Arpino, Bellintani, Bodini, Fortini, Alberto Frattini,
Giuliani, la Guidacci, Matacotta, Pagliarani, Pasolini, Roberto
Rebora, Sanesi, Scotellaro, Volponi erano tra le voci prescelte.
Avvertiva cosi' i segni di tendenze nuove, divergenti rispetto
alla linea che egli aveva disegnato e rappresentato a partire
dal memorabile '45 e che aveva difeso nella prefazione all'antologica
del '58.Torniamo a questa
prefazione, per ricordare che in essa era ripresa e' chiarita
la definizione della natura "corale" di quella poesia: non una
concessione al populismo respinto sin dal '45 (la battaglia
dello scrittore e' sempre sui due fronti del formalismo e del
marxismo), ma un superamento del discorso privato-lirico in
un discorso che cerca corrispondenze con il mondo esterno, interlocutori
comuni, essendo il poeta - l'uomo (l'identificazione dei due
termini e' confermata) situato nel suo spazio reale, "per non
essere nuovamente colpito alle spalle mentre guarda dal suo
interno il tramontare delle Pleiadi".
Permangono nella prosa grumi del linguaggio lirico, ma soprattutto
nel Discorso la fusione e' maggiore, la sintassi e' serrata
in un periodare logico continuo, senza salti e fratture. E'
evidente la diversita' rispetto alla prosa del '46. Nel mezzo
e' l'esercizio della critica giornalistica, la necessita' di
un linguaggio piu' fluido, di un'incisivita' piu' accessibile.
Alcune costanti del Quasimodo recensore risultano comunque:
il rilievo riconosciuto alla regia di Luchino Visconti per il
realismo cui ispira la conduzione dell'opera e la critica del
testo, nonche' per la tensione epica che vi porta (ritornano
termini fatidici della poetica quasimodea); l'avversione al
gridato e alla dizione dannunziana (si ricordi come Quasimodo
leggeva i propri versi con un timbro disincarnato e disadorno,
che anche quando si accendeva di un calore bianco, di una commozione
interiore, riusciva a contenersi, schivando la declamazione).
Specie nelle recensioni agli spettacoli dei classici greci,
riaffiora la polemica con le traduzioni che ci riportano "un
linguaggio inventato dai filologi e costruito sulla sintassi
greca e latina con parole secche e scricchiolanti come papiri:
"La rutilante d'oro Babilonia / invio di commiste torme eserciti".
L'opposizione ad un simile linguaggio falso, magniloquente e'
in lui fermissima. Ad un lettore dira': "Prima di scrivere 'giorni
fausti' mi farei fucilare all'alba".
Dei siciliani egli parla anche negli scritti sul teatro di Vitaliano
Brancati, scritti che, insieme a quelli su Arthur Miller, sembrano
tra i piu' meditati della raccolta.
Brancati e' un uomo radicato
alla sua terra, uno dei pochi e dei maggiori scrittori italiani
che parlano con la memoria e con la fantasia avendo una "regione",
un luogo preciso del mondo, da determinare nella loro poesia.
Il Don Giovanni in Sicilia e il Bell'Antonio sono le coordinate
da cui passano gli uomini "visti" della sua citta' o di altra
zona della Sicilia, sono le linee acri, malinconiche, ironiche
della sua patria spirituale e reale.
Deplora nel '56 che sia ancora
inedito sulle scene il Brancati dei "mimi" cioe' "del suo teatro
denso e veloce che dall'arte narrativa ha tolto solo la qualita'
della scrittura, il movimento scoperto d'una ossessione naturale
che e' dell'uomo italiano e del siciliano in particolare: il
gallismo" e segue con simpatia la rappresentazione del Don Giovanni
involontario. Mentre Enzo Ferrieri - egli osserva - con una
regia non impressionistica, vi ha presentato una Sicilia plausibile,
Luciano Salce, nella regia di Una donna di casa, ha dato una
falsa vernice siciliana e per giunta farsesca alla vicenda,
che per Quasimodo rappresenta una moralita' generosa, riflette
un atteggiamento "negativo" dello scrittore, non certamente
qualunquistico.
Si chiarisce cosi', in queste note minori, spesso per contrasto,
il modello positivo dello stile per Quasimodo: una prosa asciutta,
lucida, che puo' accogliere il balenio di un frammento lirico,
ma respinge l'enfasi, l'aggettivazione multipla, la sintassi
umanistica.
Il discorso per l'investitura del Nobel, pubblicato con il titolo
Il poeta e il politico (1959) segna l'epilogo dell'itinerario
sin qui delineato.
Vi si ritrova l'autocollocazione della ricerca poetica quasimodiana
nel periodo della dittatura ed all'origine dell'ermetismo. E'
chiarito il concetto di epica a cui la poesia passa dalla lirica,
in quanto serve al poeta per "cominciare a parlare del mondo
e di cio' che nel mondo si tormenta attraverso l'uomo numero
e sentimento". Concetto sostanzialmente omologo a quello del
"corale" (che era "parlare del mondo con parole comuni"), concetti
tutti che vengono adoperati in un'accezione esterna alla convenzione
retorica dei generi letterari.
Il conflitto tra poeta e politico (che Quasimodo definisce dopo
una lenta, non brillante approssimazione che passa attraverso
il dualismo, la mancanza di coordinamento esistente tra loro,
la mancanza di liberta' di entrambi per cui entrambi sono non
liberi ed avversari) appare come una trasposizione del conflitto
tra poeta e letterato che il Nostro avvertiva in maniera risentita,
da sempre. Il letterato, alleato del politico, stringe il poeta
dentro un muro di odio. Ma il poeta forza la solitudine, arriva
in mezzo al popolo, vuole "riunire le giunture spezzate dell'uomo".
Rifare l'uomo, aveva scritto nel '46: la sigla di una stagione
tra post-ermetismo e neo-realismo.
NOTA
Le citazioni dagli scritti critici di S.QUASIMODO sono tratte
dal volume Il poeta e il politico e altri saggi, Milano, Schwartz,
1960. Per ulteriori sviluppi delle tesi da noi esposte e per
gli opportuni riferimenti bibliografici, sia consentito rimandare
a P.M.SIPALA, Missione e compromissione.
Ideologie politiche e letteratura tra Otto e Novecento, Milano,
Cisalpino-La goliardica, 1974 e La poetica del neorealismo in
AA.VV., Il neorealismo nella letteratura e nel cinema italiano,
Assisi, Biblioteca Pro Civitate Christiana, 1987.