Eugenio
Greco I simboli del tempo nell'ultimo Quasimodo
La scansione poetica temporale,
l'intuizione lirica del tempo appare come una sotterranea costante
di tutta quanta la poetica di Salvatore Quasimodo. Effettivamente,
sembra possibile rilevare nelle prove di questo poeta una sequenzialita'
di immagini e simboli rinvianti ad un rapporto tra soggetto lirico
e temporalita' fin dalle prime esperienze di poetica. E' questo
il momento di un compiaciuto narrarsi entro i paradigmi di un
lirismo di natura decadente e sfumata, in un linguaggio che dal
Pascoli e dal D'Annunzio paradisiaco si volge a un che di crepuscolare
con delle inserzioni del primo Ungaretti: si pensi, per esempio,
alla figura del nomade, dello zingaro, trattata qui entro le coordinate
dello sradicato rimbaudiano. Sopravviene, poi, l' "efebico ardimento
del trobar clus [. . .] nell'evasione aristocratica" (1) di un
verso che ricerca essenzialita', sicurezza classica, robustezza
espressiva, in cui fermare l'esperienza individuale a partire
dalla sostanzialita' della parola. Si tratta di quell'attitudine
formale che Ramat ha definito "del vocativo-enunciativo", e del
manifestarsi di quelle che il critico dice "rapprese astrazioni"
nel momento in cui esse stesse siano date come "termine di evocazione"
(2).
Tali sono, appunto, le intuizioni del tempo, della memoria, che
intervengono in questa fase della poesia come epifanie, immagini-oggetto
di evocazione nella loro evanescente e momentanea emersione all'esperienza
lirica. In questo senso, quell'esaurirsi dell'oggetto nella parola:
"la 'res' si e' trasformata nel 'logos', e il 'logos' vale esattamente
la 'res' "(3), conduce a un completo annullamento dello spessore
spazio-temporale, o meglio, a un improvviso concrezionarsi di
quel sedimento lento e irrevocabile che e' il tempo, nell'esperienza
dell'istante, ossia del "tempo che non ha lo spessore dell'essere
e nemmeno il vuoto del nulla" (4), e in tale cristallino "dileguare
D'ogni forma e memoria" (Erato e Apollion: Nel giusto tempo umano),
l'esperienza del tempo ritrovato e' vissuta attraverso immagini,
o meglio, parole-immagine, in cui resta evidente l'epifanizzarsi
piuttosto che il senso della durata. A questo proposito sembra
utile citare lo stesso Quasimodo, quando dice che "il tempo non
ha alcun valore per gli Evangelisti: la 'durata' di Gesu' e' quella
della tragedia greca" (5). Da questo svolgersi della poesia del
qui e ora, intesa nell'intensa astrazione del mito attraverso
la "presentazione come produzione del passato nel presente", l'itinerario
poetico di Salvatore Quasimodo si svolge verso una "presentificazione
come riproduzione del passato nel ricordo" (6), la' dove l'espressione
del ricordo, la memoria, scandaglia fra le pieghe della parola
assoluta per riportarne, in una sequenza di agostiniana confessio,
frammenti, immagini. Come nota Carlo Bo, "il poeta [. . .] finalmente
ha scambiato il ricordo fulminante e friabile del momento con
la memoria" (7), la sua esperienza di lettore del tempo lo ha
portato, e non poteva essere altrimenti, a definire nel suo messaggio
poetico il "tentativo di riunire le giunture spezzate dell'uomo"
(8), di riparare ai torti della Storia, perche' le cicatrici lasciate
dalla guerra acquistino quell'intenzione testimoniale per l'uomo
"della pietra e della fionda" (Giorno dopo giorno: Uomo del mio
tempo). Questa tensione poetica e' stata ampiamente discussa dalla
critica, che ha messo in luce soprattutto l'epicita' del discorso
poetico del Quasimodo post-ermetico, la coralita' e la tragica
teatralita' del messaggio, che appare emissione della pluralita'
delle esperienze della Storia.
La figura di Foscolo, ovvero del poeta vate che interroga i frammenti
del passato per trarne auspici per un discorso critico non solo
sull'io ma sul senso dell'esserci nel mondo, include, evidentemente,
un diverso modo di interpretare la scansione temporale, almeno
nel segno di quel ricupero memoriale che e' fondante questa nuova
stagione poetica. Gia' nella natura dialogica, dall'io al tu,
il momento poetico si prospetta non piu' o non solo nel monologo
interiore, ma elabora una struttura espressiva in cui la res torna
ad essere tale non perche' l'artificio linguistico si sia corroso,
frantumato sotto i colpi di maglio della Storia, ma perche' e',
come dire, giunto il tempo di edificare, rivalutando in qualche
modo anche il gesto, la cosalita' del mondo, e dare anche voce
alle ombre confuse, ai morti, non tanto per testimoniare nella
letteratura del loro martirio di resistenza, piuttosto per raffigurare
quel "momento della perfezione perduta" (9), quell'istante in
cui l'uomo e' stato chiamato a ridestarsi al giorno.
La clausola di Uomo del mio tempo e' indicativa di questa proposta:
"Dimenticate, o figli, [...], dimenticate i padri: Le loro tombe
affondano nella cenere", ove, infine, la figura biblica delle
colpe dei padri puo' essere esorcizzata proprio nel momento
in cui i figli attivino quell'operazione di ricambio, di riattivizzazione
dell'umano (Zagarrio) che e' sottesa alla memoria. Sicche' e'
per questo che e' possibile affermare che una delle costanti
connotative del discorso poetico post-ermetico si stempera gradatamente
attraverso un recupero sostanziale del messaggio etico che la
Storia comunque trasmette, rispetto al quale la poesia e' non
tanto la cassa di risonanza - come certo qualcuno avrebbe voluto
- piuttosto, ancora una volta, lo strumento che scandaglia,
che esplora: "io non credo alla poesia come 'consolazione'-
ma come moto a operare in una certa direzione in seno alla vita,
cioe' 'dentro' l'uomo" (10), dove merita sottolineare quel "'dentro'
l'uomo", quasi fosse un lavoro di scavo (11), archeologia della
Storia nell'impegno a "rifare l'uomo" (12).
In tale misura filosofica, si constata che l'eticita' della
poesia, il suo impegno, stanno in quel "neoumanesimo" (13) che
fa approdare l'eredita' del dubbio ermetico a un porto in cui
la certezza dell'esistere e' in stretta simbiosi con quella
dell'essere storia, al punto che gli stessi luoghi mitici divengono
luoghi della Storia, la topologia si allarga dal cuore siciliano
alle regioni del Nord Europa, ed entro questa nuova geografia
poetica l'uomo viene ad assaporare una diversa misura mitica,
questa volta derivantegli dall'esame diretto della realta' vissuta
giorno dopo giorno, e non piu dall'hasard metafisico e assoluto.
Insomma, il mito si storicizza, i soggetti del tempo, gli uomini,
ricuperano le modalita' entro le quali la Storia si fa e successivamente
gli eventi ritornano, carichi di significato, alla condizione
mitica diversa di cio' che e' stato ri-vissuto nel suo essere
e nella sua durata, e non solo ri-percepito nell'istante. L'esigenza
espressiva di dare il senso della durata ricuperata attraverso
lo scandaglio della poesia spinge Quasimodo a rivedere non soltanto
il tessuto formale attraverso cui tale esigenza si da' - ed
e' un graduale ricupero dell'endecasillabo, per poi aversi un
successivo spostamento verso una mimesis del dialogato, in cui
il metro lirico si volge nei frequenti andamenti degli enjabements
- ma soprattutto a ritornare sulla trama dei simboli che sorregge
la sua poesia. Infatti, la significazione delle scansioni temporali,
che nel Quasimodo errnetico era del tutto concertata nella natura
microstrutturale dell'immagine istantanea e, al piu', come nelle
Nuove Poesie, che giustamente segnano il trapasso alla nuova
poetica, il tempo veniva rappresentato con la figura del vortice,
della spirale, insomma di qualcosa che nel suo procedere torna
sui suoi passi; tale significazione adesso richiede una piu'
articolata sottomissione del logos alla res, soprattutto nel
segno della lettura dei Lirici greci, visto che "la prima lezione
che ne deriva e' un realismo [. . .] realismo degli oggetti
e dei sentimenti" (14). La natura linguistica di tale problema
si situa sui due versanti - paradigmatico e sintagmatico - dell'espressione.
Da una parte si tratta di attingere diversamente all'universo
della langue, dall'altra di "dare non tanto dei nuovi contenuti,
quanto dei contenuti aperti verso l'immagine dell'uomo" (15),
senza rischiare di cadere meccanicamente nello gnomico o, peggio,
nel moralistico.
In questo ricupero del reale e delle valenze ad esso sottese,
il poeta sembra interrogare il mondo, cercare delle risposte,
dei segni: "cerchiamo un segno che superi la vita" (Giorno dopo
giorno: 19 gennaio 1944), utili anche nella loro frammentarieta',
a rifondare la temporalita' perduta:
[...] E ancora attendi,
non so che cosa, mia sperduta; forse
un'ora che decida [...]
[...] Le parole ci stancano,
risalgono da un'acqua lapidata
[...]
(Giorno dopo giorno: Forse il cuore)
E qui sono evidenti i simboli
dell'attesa, dell'ora, ma soprattutto dell'emergere delle parole
dal pozzo della memoria, cosi' come, in una poesia di undici
anni dopo,
[...] Che futuro
ci puo' leggere il pozzo
dorico, che memoria? Il secchio lento
risale dal fondo e porta erbe e volti
appena conosciuti.
[...]
(Il falso e vero verde: Tempio di Zeus ad Agrigento)
dove, in margine ad una riflessione
sui rapporti con la poesia di Eugenio Montale, si nota la relazione
con l'osso Cigola la carrucola nel pozzo, per corrispondenze
non soltanto tematiche - il riaffiorare del tempo e della memoria
- ma soprattutto lessicali, specialmente se il testo montaliano
venga messo a confronto con una variante della suaccennata strofe
quasimodiana (alla p. 907 delle Poesie cit.), nella quale si
riscontrano i medesimi lessemi-chiave dell'osso:
[...] Il SECCHIO spaventoso
SALE dal FONDO e porta sassi e VOLTI
appena conosciuti. Ah, tu CARRUCOLA
che gin antica RUOTA [...]
Al simbolismo del pozzo e della
carrucola che, col suo girare rinvia alla memoria proprio come
"istintivo movimento all'indietro del sentimento" (16), si ricollega
il simbolismo della macina, del mulino, della mola:
[...]
saltava l'acqua a taglio della ruota
e s'udiva la mola del frantoio
e il tonfo dell'uliva nella vasca.
[...]
(Giorno dopo giorno: Presso l'Adda)
delle "ruote di macchine ad
acqua" (Il falso e vero verde: In una citta' lontana), che si
esplicita come indicatore semantico della dimensione cronologica
del passare in una poesia di Dare e avere, Impercettibile il
tempo:
[...]
la ruota del mulino si stacca
alla piena dell'acqua
ma continua il suo giro
e avvolge un minuto
al minuto passato
o futuro. [...] (17)
in cui, alla ruota che avvolge
schegge di passato presente futuro, e' attribuita la medesima
funzione che pertiene al fuso della Parca, strumento che segna
il destino. L'azione sgretolatrice e corrosiva della ruota del
mulino, e che si concentra sull'epifania del mitico per poterlo
spezzettare in minuscoli frammenti di realta', comporta il costituirsi
di una diversa misura della scansione, "misura d'amore" (La
vita non e' sogno: Lettera alla madre), oppure misura di quel
"cuore incredibile che lotta Ancora con il suo tempo scosceso"
(Il falso e vero verde, poesia eponima); e' dunque pulsazione,
sussulto sonoro che realizza, su di un registro volutamente
basso, l'inserzione della cronaca nella Storia e la "solleva
[...] a segno di un discorso universale" (18). Tale misura e'
realizzata attraverso tre principali associazioni di simboli,
assimilabili in sintesi alle tre figure del cuore, del tamburo,
dell'orologio.
Come si vede, si tratta di un passaggio dalla misura interiore
a quella esteriore, meccanica, attraverso la mediazione del
tamburo, che appare avere in se' le componenti di entrambe,
in quanto segna il tempo non autonomamente - come l'orologio,
'cuore meccanico' - ma solo nel momento in cui intervenga il
gesto dell'uomo, che inventa un ritmo che gli viene proposto
dall'interno di se' (19).
Ponendo le Nuove Poesie come
terminus a quo, e' possibile ricordare almeno il "timpano che
imita la notte" (Sera nella valle del Masino), e il "batticuore"
(Elegos). Da Giorno dopo giorno puo' vedersi "tremendo, cupo,
battere Del cuore"(Lettera), "Battete Sulla fronte, battete
fino al cuore" (Neve), "s'ode il vento con rombo di crollo Se
scuote le lamiere" (19 gennaio 1944) (20), "percuote Un gong
sulfureo il tuono sulle valli" (Di un altro Lazzaro), "la torre
del borgo cupa coi suoi tonfi" (La notte d'inverno), in cui
il poeta sembra voler opacizzare di dolore il limpido "Viene
il vento recando il suon dell'ora Dalla torre del borgo" delle
leopardiane Ricordanze. Dalla Vita non e' sogno si segnala il
"battere i tamburi" e il rullare dell'aria e del ferro di Anno
Domini MCMXLVII e soprattutto "l'orologio in cucina che batte
sopra il muro" di Lettera alla madre, cui risponde, nel Falso
e vero verde, il "cuore vile Dell'orologio" e il "battito di
foglie" della poesia eponima, "Batteva l'ora su estrema Riva
d'Europa" (In una citta' lontana), "Qui udremo [. . .] Le nostre
ore future Battere l'al di la' " (Auschwitz), "udivo cuori [...]
battere Uguale eta' " ("Vicino a una torre saracena. . ). Nella
Terra impareggiabile, poi, "rulla il mondo" (Visibile, invisibile),
"Il tonfo della mente" (La terra impareggiabile), "E tu misuri
il futuro" (Un arco aperto), "ascia Tambureggiate" (Un gesto
o un nome dello spirito), "l'orologio che batte di notte Le
cifre dei misteri" (Eleusi). Infine, con Dare e avere, "Un tamburo
cavo tonfa" (Una notte di settembre), "Ma dove battono I tuoi
tamburi, amore?" (Lungo l'Isar), "Un vecchio picchia con un
martello su una tavola" (Nel cimitero di Chiswick) "il battere
delle frecce Sul bersaglio" (variante dei Balestrieri toscani),
"il battito Della campana di San Simpliciano" (Il silenzio non
m'inganna), "La nostra ora Scatta" (Nell'isola).
Come si puo' evincere da questa sommaria rassegna dei topoi
del tempo, nel poeta appare un graduale abbandono della misura
del cuore e un sempre piu' affermarsi della definizione esatta
e inesorabile del tempo esterno, dunque di quella tensione oggettuale
che e' caratteristica di quest'ultima stagione, quella appunto
della percezione dei "sintomi del dubbio definitivo, non piu'
epico, ma semplicemente umano e poetico" (21). Questi sintomi
conseguono proprio da quell'idea di sgretolio, di corrosivo
sdipanarsi dell'esistenza che e' altra componente della simbolica
cronologica. In verita', gia' nel "tempo delle frane" (Cavalli
di luna e di vulcani) delle Nuove Poesie si stempera la presentificazione
di quanto riportato alla luce dalla reminiscenza che, beninteso,
non e' soltanto evocazione, ma appunto ri-definizione: quindi
il fine e' quello di ridefinire l'esperienza attraverso le sue
coordinate spazio-temporali, anche se cio' vuol dire decadere
alla condizione del telamone, che "a due passi Dall'Ade [. .
.] Sgretola La sua pietra con pazienza di verme Dell'aria" (Il
falso e vero verde: Tempio di Zeus ad Agrigento), subisce cioe',
nel peso del suo stesso esistere, il passare dal mito alla Storia,
sentendo "i segni dentro D'una rovina ostinata" (La terra impareggiabile:
Seguendo l'Alfeo) e inevitabile. Non e' un caso, forse, che
piu' frequente e incisiva si faccia la presenza di questa idea
espressionista di caduta del tempo nella poesia di Dare e avere,
una poesia che sollecita con insistenza una risposta, una replica
da Cronos: "friabile [e] La sera" (Lungo l 'Isar) - ma gia'
in La terra impareggiabile: Un arco aperto, si leggeva che "La
sera si frantuma nella terra"- "Sprofonda il granito di Caliakra"
(Capo Caliakra), "E franava la montagna e l'estate" (Alla Liguria).
Non solo l'Arte - il telamone - ma anche la Natura - la montagna,
il Capo Caliakra - sono soggetti al mutare d'aspetto, al cadere
sotto la mola del tempo. Esiste una risposta? L'uomo quasimodiano
"rovescia terre di memoria" (Dare e avere: Basta un giorno...
), se "il corpo e' cadenza di memorie accartocciate" (Ivi: Solo
che amore ti colpisca), cioe' esplora la propria "nuda geometria
dell'anima" (22), con il definitivo spostamento della propria
attenzione sul versante di un dialogo interiore che ricostruisce,
attraverso l'esperienza linguistica di una nuova parola, la
realta', dunque se ne riappropria:
[ ]
Scrivo parole e analogie, tento
di tracciare un rapporto possibile
tra vita e morte [...]
(Dare e avere: Il silenzio non m'inganna),
parola scritta che resta, in
ogni caso, almeno una risposta a quel "Di dove chiami?", emistichio
di apertura in Traghetto (Giorno dopo giorno). Ecco che allora
[...] Entra nella mente
un dialogo con l'al di la',
di sillabe a spirale [...]
(Dare e avere: Una notte di settembre),
dove ritorna si la figura simbolica
della spirale, del vorticare della memoria, ma questa volta
come proiezione dell'esserci nell'essere dell'assoluto, ossia
in un metafisico "oltre la [...] Porta aperta sul video della
vita" (Ivi).
La stagione poetica di Quasimodo si evolve, quindi, come una
matura rivelazione interiore di quel mutare d'ogni sembianza
che e' il tempo, in un progetto di rifondazione delle categorie
gnoseologiche e non soltanto estetiche dell'Arte.
Infatti, senza cedere alle tentazioni di uno gnomico satireggiare,
il dialogato ma prosaico fraseggio eleva l'intuizione dell'
"occasione" o della cronaca nel sermo familiaris a una dimensione
di assoluto, in cui l'uomo e' chiamato a vegliare, o meglio,
vigilare: "La nostra non e' guardia di tristezza, Non e' veglia
di lacrime alle tombe" (Il falso e vero verde: Ai quindici di
piazzale Loreto), "leggo La mia storia come guardia di notte
Le ore delle piogge" (La terra impareggiabile: Visibile, invisibile),
"L'uomo della pianura d'Argo vive Fra mura come garitte di guardia"
(Ivi: Maratona); ove spicca evidente come l'attesa dell'evento
debba quindi essere vigile, armata di attenzione, e come, seppure
in una posizione "scomoda" (la guardia nella pioggia), tuttavia
il poeta continui a richiedere a se stesso di perdurare nella
sua opera di perfettibilita' dell'esperienza, affinche' l'elegia
dolorosa della Storia valga al sentirsi "nella partecipazione
umana del mondo" (23). L'uomo impara che ogni risposta agli
ambigui interrogativi della Storia che ritornano non e' se non
parziale:
Un colle, i simboli
del tempo, lo specchio della mente
continuo immobile
ascoltano se stessi, attendono
la risposta futura [...]
(Dare e avere: Nell'isola),
e nondimeno quella risposta
attesa si cela essa stessa nel tempo impercettibile dell'istante,
quando esso "scrive Una prova di vita" (Dare e avere: Impercettibile
il tempo) che, a riguardarla in trasparenza, risulta la piu'
vera. Con quelle "mani che cercano altre mani" (Ivi: Varvara
Alexandrovna), forse l'uomo puo' credere di non essersi perso
se "e' un soldato d'amore" (Ivi: Balestrieri toscani).
1) Gilberto Finzi, Itinerario
di Salvatore Quasimodo, in S.Q., Poesie e discorsi sulla poesia,
a cura e con un'introduz. di G.Finzi. Prefazione di Carlo Bo,
Milano, Mondadori ("I Meridiani"), 1987, 7 ed.., p. XXIII.
2) Silvio Ramat, Storia della poesia italiana del Novecento,
Milano, Mursia, 1976, p. 273.
3) Mario Petrucciani. Quasimodo ermetico, in, Quasimodo e l'Ermetismo,
Atti del I Incontro di studio, Modica, 15-16 febbraio 1984.
Modica, Centro Nazionale di Studi su Salvatore Quasimodo, 1986,
p.30.
4) Enzo Paci, L 'istante, in "aut aut", nn.136-137, 1973, ora
in Il senso delle parole, a cura di Pier Aldo Rovatti, Milano,
Bompiani, 1987, p. 282.
5)Introduzione a una lettura del "Vangelo secondo Giovanni"
(1946), in Il poeta e il politico e altri saggi, Milano, Mondadori,
1967, pp. 105-106.
6) Emanuele Riverso, Filosofia analitica del tempo, Roma, Armando,
1979, p.72.
7) Prefazione a S.Q., Poesie e discorsi cit., p. XVI
8) S.Q. , Il poeta e il politico (1959), in Il poeta cit. .
p. 71
9) Id., Iacopone da Todi (1958), ivi, p. 166.
10) Id., Poesia contemporanea (1946), ivi, p. 18 e in Poesie
e discorsi cit., p. 267.
11) Si pensi, in Dare e avere, all' "uomo [che] va in cerca
di pietra e di calcina" (Nell'isola) o agli "sterratori [che]
sollevavano macigni" (Alla Liguria).
12) Poesia contemporanea (1946) cit. alle pp. 24 e 271-272 delle
edd. citt.
13) Giuseppe Zagarrio, Salvatore Quasimodo, Firenze, La Nuova
Italia, 1969, p.29.
14) Gilberto Finzi, Invito alla lettura di S. Q., Milano, Mursia,
1973, 2 ed.., p. 88
15) Carlo Bo, Prefazione cit., p. XV
16) Giuseppe Zagarrio, op. cit., p. 64
17) Ma si veda anche Nel cimitero di Chiswick: "una ruota gira",
Alla Liguria: "nella ruota Di giovinezza". Ma gia' nelle Nuove
Poesie si poteva leggere: "tramonta questa notte Nei pozzi dei
declivi; e rulla il secchio Verso il cerchio dell'alba" (Sulle
rive del Lambro) ; "I mulini tentano le ruote, Deserti, all'acqua
che si piega" (Sera nella valle del Masino); "Diluvia in quel
grido il tempo [. . .] Del pozzo patria del tuono" (Ancora un
verde fiume). Dove pero' tali figure non sembrano aver assunto
la densita' simbolica che poi avranno.
18) Giuseppe Zagarrio, op. cit., p. 102.
19) Merita forse ricordare che il tamburo dello sciamano e'
sempre in relazione col cosiddetto asse del mondo, e che questo
passa per l'ombelico del mondo - "cuor della terra" - referente
di base degli archetipi del pozzo e del mulino. Cfr. La terra
impareggiabile: Delfi: "Il sole soffia Giu' dal Parnaso e scardina
IL centro del mondo", ove Quasimodo allude, evidentemente, all
'omphalos del santuario di Apollo, che Pindaro dice rappresentare
la via fra i tre livelli di esistenza o mondi: la dimora dei
vivi, la dimora dei morti, la dimora degli dei.
20) Gia' ricordata da Sergio Campailla la relazione di questi
due versi col secondo verso del montaliano Corno inglese: "ricorda
un forte scotere di lame", in Quasimodo e Montale, negli Atti
cit., p.83.
21) Gilberto Finzi, Invito cit., p.110
22) Giuseppe Zagarrio, op. cit., p. 102
23) S.Q ., Discorso sulla poesia (1953), in Il poeta cit., p.42
e Poesie e discorsi cit., p. 287.