Anna
De Stefano Presenze dannunziane nella poesia
di Quasimodo post-ermetico
Con la fede nella poesia,
"l'anima scritta"(1) di Quasimodo arde ininterrottamente entro
il cerchio magico della parola "geometria viva"(2), nella quale
spazio e tempo gocciano intense scansioni e linee di fuga, piegano
la quotidianita' tra le glosse di un passato e di un futuro: anello
numinoso nel quale si inscrive - alla presenza di affettuosi Mani
- la vicenda terrena del poeta.
Sollevata da un'estrema solitudine all'inesprimibile, segnale
dello sgomento del "pellegrino"(3) che s'incammina verso il santuario
della poesia, il Quasimodo postermetico si lascia alle spalle
le "ampie frane d'aria" e la voce dei morti percepita "nei gelosi
battiti / di vene vegetali"(4) dell'Oboe, e, scarnito di "sillabe"
e ricco di "tristezza" (5), intraprende il suo cammino in "curve
d'oro"(6), segnali dell' "irregolare" che insegue, "con le mani
sporche di sangue"(7), il perdono evangelico. Col viatico della
memoria, della tradizione, della verita' che la fonte del ricordo
alimenta inviolabili entro il presente, egli avverte - dopo il
silenzio che cala "sull'estremo antro pastorale fiorentino"(8)
- l'impegno di "rifare l'uomo"(9), impegno affidato alla poesia,
irta di denunce e di domande nel suo dibattersi(10) tra errore
e verita'.
Entro una fitta rete di presupposti che nelle prose - ma non solo
nelle prose - ascrive ad impegno sociale, avviluppato tra poesia
e cultura, stile e societa', moralita' e polemica, l'impegno quasimodiano
muove alla conquista del suo nord, ago magnetico che e' acquisizione
consapevole della vita mediante un "atto di disordine": la nascita
del poeta vissuta come violenza, poiche' la "voce dei poeti ha
sempre detto parole del proprio sangue"(11).
Con la nota su D'Annunzio, nel '39, il poeta teorizza il suo impegno
al canto modulato sulla qualita' della parola, in opposizione
alla qualita' dannunziana di natura "lessicale": da qui la sua
diversificazione, la cui chiave sta nel "riconoscimento della
voce poetica"(12), in antitesi alla sonorita' dannunziana.
La frattura ideologica, della quale ha gia' detto Sanguineti(13)
e quella "necessita' di un deciso stacco ideologico formale" presente
nella lirica contemporanea, nei confronti di D'Annunzio e di Pascoli,
come ricorda Mengaldo(14), sono presenti nella vivace ed impegnata
formazione quasimodiana, nella quale filtra la sperimentazione
dannunziana con numerosi calchi che attestano una lunga, travagliata
esercitazione. Che e' tormentato cercare inscritto in una macerata
stagione poetica, testamento di un inesausto errare che registra
il conflitto tra il commensurabile e l'assoluto, entro un balenio
di sillabe che hanno il loro centro nella sapienza che oscilla
tra memoria e salvifico dimenticare. Talismano ed eco dell'interiore
che attinge all'invisibile, le cui colme lontananze sono di volta
in volta forzate entro i tempi della "gioia" e della "furia" (15),
la parola di Quasimodo nasce nel segno del Notturno, col "tempo
della lotta e della furia"(16); dalle quali l'arabesco delle sillabe
disegna e sigla un tempo altro, con l'ora dell'enigma-scrittura
("il principio e la fine") che risale da "un'acqua lapidata"(17)
e morde il tempo dell'infanzia ("Non svegliare il fanciullo che
ti dorme accanto coi piedi nudi chiusi in una buca"(18)). La raschiatura
dei palinsesti della memoria, i cui incunaboli sono saldamente
ancorati al focolare dall'epifora: "Nessuno ci ricordi della madre,
nessuno / ci racconti un sogno della casa"(18), tange un proustiano
ricordare: dolore murato (lo "sguardo infantile di rancore"(19))
al quale attinge il poeta ("La scienza / del dolore mise verita'
e lame / nei giochi"(20)) s'addensa nell'emblema-voce(21) della
Sicilia, "terra impareggiabile": "Da tempo ti devo parole d'amore"(22).
La testura del Notturno, che innesca il mito dell'infanzia sul
"fiore pensoso della madre" (p. 376), guarda ad una Sicilia greca
e saracena (p. 244) entro una preistoria senza confini con il
paesaggio medium e i morti ministrantes; presenti in Quasimodo
in quell'avvolgere d'eloquenza le radici, l'affetto a lungo nutrito,
("leggo / la mia storia come guardia di notte / le ore delle piogge"(23)),
in quel verticale infanzia- morte, raggrumate nel viluppo di un
vicendevole segreto: "noi bestiame infantile / contiamo i sogni
polverosi con i morti"(24), mediante una forma che e' divenuta
parola, scrittura, sangue, oro: crocevia e crogiolo nei quali
si appalesa la sofferenza del poeta in tutta la sua drammatica
costruzione interiore. "La
nascita di un poeta e' sempre un atto di disordine", poiche' il
poeta vede gli uomini "meta' d'oro e meta' di sangue che cola
nel loro continuo dialogo con la morte", scrive in "Poesia contemporanea"
(PP, p.9): mi pare specchio del disordine e della violenza della
favilla "Di Prometeo beccaio"(25) nella quale l'artista avverte
il moltiplicarsi dei colpi del cuore, e che, pur tra una "volonta'
crudele" e tra "moti misteriosi", accoglie l'ispirazione creatrice,
quella "violenza carnale" che s'accompagna al rapitore "del fuoco
divino", dalle braccia insanguinate fino ai gomiti. La voce del
poeta, corifeo della sofferenza universale canta, nel programma
quasimodiano, la vita e la morte con parole "del proprio sangue"(26):
l' "operaio di sogni (27) tenta un nuovo "Rinascimento"(28).
Nel Taccuino 7, che comprende "discorsi elettorali" e "varie",
scoperti nel '65 (29), D'Annunzio, "operaio della parola", ha
il suo pronunciamento ideologico(30) con un "discorso" del 19
luglio 1897, in Abruzzo, il poeta e' "parte viva del popolo" e
non "artista solitario". "Artiere", che prepara gli spiriti in
omaggio alla patria - e che in La gloria, due anni dopo, avra'
la sua esplicitazione(3l) - D'Annunzio affida alla parola una
geografia di valori, comprensivi di forza e di mistero; parola
che nell'epilogo al Paradisiaco diviene mistica portatrice di
vita e si innesta idealmente ad una trancia di Il libro segreto:
"TUTTA la bellezza del mondo converge nell'arte della parola.
Certi misteri labili, certi aspetti fuggevoli del mondo inespresso
esaltano la mia passione, scorano il mio studio"(32).
Il gran demagogo di Maia che "errava nelle parole"(33) ha il suo
controcanto nelle "rispondenze profonde" di "Il venturiero senza
ventura", che in un'altra Favilla innescano piu' "vaste e profonde
risonanze" nel poeta che e' "l'alveo" di "musicata parola"(35),
eco dell'altra musica di "La resurrezione del Centauro" e "l'armonia
trasmutatrice" (36) che va avanti fino al "tempus tacendi" dell'
"operaio artiere artista" di una poesia "pellegrina d'infinito"
che assedia il Libro segreto ( p . 727) .
Il respiro poetico quasimodiano ha il suo spazio ideologico nella
parola, che canta la vita e la morte; e, al di la' della programmazione
"ermetica", ribadisce, nel '46, la sua adesione ad una "lingua"
e ad una letteratura "mature in modo irripetibile"(37), che hanno
il loro modello in Leopardi, la cui presenza con i relativi coinvolgimenti
sintattici, sono formalizzati nella nota dannunziana: oltre il
cerchio della propria siepe, gia' presente nell'Oboe ("azzurra
siepe / a me d'intorno"(38)) il poeta vigila sulla lingua nel
suo farsi. Chiuso nell'ascolto dell' "antica voce" cerca "un segno
che superi la vita / l'oscuro sortilegio"(39), entro il quale
la "morte / e' in fiore"(40), e i "vivi" sono convitati tragici
che un "cerchio bianco di sepolti"(41).
Liriche legate, una dentro l'altra dal motivo conduttore delle
"parole maledette e il sangue / e l'oro"(42), apertura al "canto
fermo" di "Muraglia" che si innesta su "notti lontane", gioco
d'ombre, insanguinate da un presente invivibile, sul quale si
insinua, in analogia, "un canto di fanciulli" entro un textus
affollato di epifore (43) che slittano sulla corrosione dei giorni.
Le voci che franano tra le ombre, "voci arse d'aria", respinte
o accolte tra un esplorare che e' guerra e miele (ricordi e ululi
di sirene(44) in pressante antitesi) hanno il loro referente nel
Notturno, nel quale "tutto diviene presente e vivente" (p. 319)
entro gli emblemi della morte. L'allusivo risveglio, ad un "grido
fulmineo di vita" e' affidato ai simboli zoomorfi (il gabbiano,
il gallo, l'antilope et cetera) talismani che aprono un dialogo-liturgia
con i morti ("l'ira / si quieta al verde dei giovani morti"(45))
e con i vivi" ("La vita che t'illuse e' in questo segno della
terra / umana alle domande, alle violenze"), mediante una compitazione
per quadri che slarga i paesaggi verso profondita' celesti ("e
segui l'ombra a rovescio del cielo") e disegna volumi ("saltava
l'acqua a taglio della ruota") attraversati da una risalita di
voci. I cui echi inesplorati si riaccendono nella memoria entro
le analogie, nelle quali sono innescate catene foniche sui lessemi
mare-voce - ben noti topoi dannunziani, - preparatorii di sottofondi
nei quali s'addensano gli aggettivi: in iperbato "le curve pecore"
e "le nuove foglie", saluto della "terra umana" che s'alza entro
un "moto spento"(46), collegato da come - frequentatissimo da
D'annunzio, e non solo nell'Alcyone(47) -; e che nella lirica
successiva, ancora con la voce e con il mare, materializza un
"lamento assiduo di gabbiani", che, con le assonanze di "torri",
"aprile", "pianura", "memoria", "eri", "vorrei", "ora" che srotolano
una messe di magnetiche dentali e labiodentali che l'interlocutore
- tu accoglie entro un soffocato "buio murmure di mare"(48); che
poi sfrecciano nelle sibilanti della lirica successiva: "Elegia",
"messaggera" notturna che rischiara "solitaria" il "sogno", e
si oppone alla morte, tra le dentali delle "tombe ignote" e dei
"derelitti resti", e punta a nord. Densa
di segni cromatici, la lirica quasimodiana insiste sul viola,
utilizzato, ora come sostantivo, ora come aggettivo: "Hai viole
tra le mani / conserte"(49); e "Ma in quel luogo io vidi / da
ragazzo arbusti di bacche viola"(50); ed anche "che faremo / chini
ai tuoi piedi rosa, / sul tuo costato viola?"(5l); oppure "cuori
di viole delicate"(52) e "fosso di spine viola"(53), come le "notti
di viola" di Merope(54), il colore della "chioma"(55) di Saffo
e le "palpebre come / violette" e i "crin di viola" di Maia, su
cui cadono "i lembi violacei della sera"(56), riscritti sulle
"cupe caligini di "viola"(57) del Canto novo, nel quale Meleagro
e' "cinto di violette" e vi e' un "mar di viola"(58), simile all'
"ombra violetta e cerulea sotto i vecchi portici" dei Taccuini(58);
per non dire delle "montagne violacee" di Terra vergine(60) e
delle cascate di nebbia "viola" e "violetta" nell'aria dell'Intermezzo(6l),
delle "chiazze di viola" in Dalfino(62), delle "rifioriture",
ancora violette che si specchiano nelle "viole delle iridi" di
Ecloga fluviale(63), e del contrasto di un "gran gozzo grinzoso
e violaceo" del Trionfo della morte che nel tempus destruendi
ha "ciocche / / quasi di viola(64), insieme con un "palato violaceo"
presente in Alcyone con "I camelli" (p. 637) ed una barba "violetta"
col "Ditirambo IV" (p. 762), e ancora e "chiome / violette" di
"Versilia" (p. 721). Ma sarebbe lungo qui dare uno spoglio completo
dei calchi che ruotano sotto i "cieli cinerei" di Il libro segreto,
nel quale "tremola il fogliame dei pioppi moribondi, oro nell'oro"
(p. 831) e sovrastano le notti "dal fondo di una memoria millenaria"
(Notturno, p 400), entro un "azzurro sparente" (Libro segreto,
p 811) tra serate "di perla" che s'addensano sulla riva del "fiume
del tempo" del quale il poeta avverte il "perpetuo fluire" (Notturno,
p. 415), preziosamente e scopertamente utilizzati. Essi costituiscono
la conferma del lungo travaglio della ricerca quasimodiana che
si attesta in quel "gioco del sangue dove la morte / e' in fiore(65)
tra gerani e mitraglie, chiuso nell' "ascolto dell'antica voce"(66)
tra le scansioni del tempo con "le foglie dei pioppi" ed il "sangue
nei fiumi della terra"(67) fino alle accumulazioni nominali ("E
ancora la notte d'inverno / e la torre del borgo cupa coi suoi
tonfi / e le nebbie che affondano il fiume / e le felci e le spine"(68))
che fiacheggiano, in special modo, le tecniche di Il piacere(69);
ed a quel gioco di volumi, vuoto e pieno "mutarsi", "rapido intorno
al cerchio che ci chiude / di la' dal vuoto della luna"(70), che
tiene certamente conto di Il libro segreto(7l).
L'orditura del perimetro ideologico quasimodiano attende che il
tempo maturi la tristissima fiaba dell'esistenza, fino al tempo
della luce, pur nella pena angosciosa dell'irraggiungibilita'
di essa: grin che si chiude nell'iter delle "sillabe a spirale"
e "curve d'ombra"(77), e "paesaggi sconfitti" con i "profili ripidi"(73)
della sua storia umana e poetica, ritmata da un "tamburo cavo"(74).
Da un rapido spoglio, che non pretende di essere esaustivo, l'aggettivo
cavo proviene dall'area dannunziana: "cavi occhi"(75) "cavi alabastri"(76),
percorre il Paradisiaco ed e veramente presente in Asterope con
"trincea cava"(77) e con "sacco cavo"(78) e in Alcyone con "valli
cave"(79) e con "erme cave"(80) con la "mano cava"(81) fino al
Notturno con "le occhiaie cave" (p. 418) dopo avere errato lungamente
nella pagina dannunziana, che registra "alvei cavi"(82) dai quali
geminano "gli spazi cavi" di Il trionfo della morte (p. 758) e
i "parapetti cavi"(83) di Merope, per non dire dell'uso di cavo
come sostantivo: "bevvi nel cavo delle mie mani", od anche "cavo
delle palme"(84).
Il motivo del paesaggio quasimodiano impagina un tiglio "verde
lunario" e le sue foglie che "s'allargano a cuore"(85) (rinvio
ad altra occasione lo spoglio sull'uso del verde con i relativi
referenti dannunziani), sotto un sole nemico, tra siepi (ancora
siepi "di filo, a raggi di spine"(86)) ed urli di gabbiani il
poeta segnala l'angoscia del sentimento del "Dio cristiano: "Scrivo
parole e analogie, tento / di tracciare un rapporto possibile
tra vita e morte"(87): indivisibile nodo che gia' il D'Annunzio
di Il libro segreto aveva tentato di decifrare(88). "Questo
silenzio fermo nelle strade, / questo vento indolente che ora
scivola" introduce i due corni del dilemma: "vita-morte": "forse
l'ansia di dirti una parola / prima che si richiuda ancora il
cielo / sopra un altro giorno, forse l'inerzia / il nostro male
piu' vile"(89) e rinvia ancora ad Il libro segreto, e non solo
per l'assidua frequentazione dell'epifora, peraltro presente in
tutto D'Annunzio, ma per quella consapevole sensazione di incompiutezza
("perche' la mia infelicita' di creatura incompiuta; perche' l'irreligioso
travaglio delle mie divinazioni e ricordazioni indivise; perche'
il ratto verso la salvezza eterna / . . ./ perche' /. . . /; perche'
/. . ./; Non so, ne' sapro'. sapere non mi giova, non mi vale"
p. 671), che costituisce la sofferenza di natura rimbaudiana del
poeta veggente, che in "19 gennaio 1944", assorto nell'ascolto
dell' "antica voce", avverte "l'oscuro sortilegio della terra":
"Qualcuno vive. / Forse qualcuno vive. Ma noi qui, / cerchiamo
un segno che superi la vita" (Gd G, p . 128) .
Mi sembrano di derivazione dannunziana gli incipit, in e e in
ed, (presenti soprattutto in Maia e parecchie liriche del Paradisiaco,)
non assenti in Quasimodo; il celebre attacco: "E come potevamo
noi cantare"(90) ha la sua calettatura nei versi di "La notte
d'inverno": "E ancora la notte d'inverno / e la notte del borgo
cupa coi suoi tonfi / e le nebbie che affondano il fiume / e le
felci e le spine" (GdG, p. 133), connotazione di una dilatazione
della scrittura, confermata dal vocativo del v.4: "O compagno,
hai perduto il tuo cuore", con la conseguente perdita dell'essenzialita',
tanto a lungo perseguita dal nostro poeta. Tralascio, in questa
sede, le felci, senhal del Notturno e del Libro segreto, ma non
posso astenermi dal denotativo trascorrere di "preziose magnolie"
e "piedini di giglio", con "labbra di marmo", con "tinte sbiadite
d'oltremare", con "ala colomba", con "nome divino: lussuria!"
che cammina con "pozze torbide di sangue" commiste a "carne con
la lebbra" tra un "visino di magnolia intatta" e con "magnolia
de l'alba"(9l): risultanze di un'appassionata frequentazione della
scrittura poetica dannunziana. Mi pare opportuno qui, peraltro
richiamare una tangenza epistolare, benche' a senso unico, tra
Quasimodo e D'Annunzio, richiesto di una "sola parola: di fede
o di morte"(92) nel '21 dal poeta ventenne, fuggito dalla Sicilia
con "alcuni versi in tasca"(93). E' il tempo del Notturno con
"quel corpo in croce" (p. 180) del poeta-soldato, la cui scrittura
si muove tra "gli spini dei reticolati", i cui morti tra "terrore
e furore" (i Bavari della battaglia della Mosa tormentano i suoi
sogni) "S'impigliano nei roveti di ferro, si serrano negli attorcigliamenti
dei fili rotti, penzolano tra palo e palo come i ladroni male
inchiodati alle croci" (p. 242): sono probabili fondali dei cadaveri
"a testa in giu'", legati "per i piedi alla trave", che "pendono"
fianco a fianco uno all'altro: "- Sempre abbiamo sputato sui cadaveri,
/ figlio: appesi alle grate di finestre,/ ad albero di nave, inceneriti
/ per la Croce, sbranati dai mastini / per un po' d'erba al limite
dei feudi"(94) e delle sventagliate delle metafore: "l'ora dei
moschetti" e le "piaghe di piombo" e "le bocche funebri"(95) e
i morti e il sangue della sezione "Quando caddero gli alberi e
le mura" (pp. 181-187) .
Le accumulazioni nominali: "E spari' la cavalletta / dei papaveri
e il ghiro appeso ai faggi, / lo strumento a corda e la lira a
lamina" (96) che s'addensano nella pagina quasimodiana nella quale
"Orfeo e' "bucato dai pidocchi" entro un tempo che e' "furia e
sangue"(97), e l'uomo "e' spaccato sulla croce"(98) e ascolta
le voci della morte"(99) tra "piste rosse"(l00) e "pozzi murati"(101),
cupi specchi di eroi crocifissi, come nel Notturno (p. 412), che
guizzano tra metafore di dolori "urlati" e di "sepolti", tra "angeli
morti"(l02) nel "cuore arato"(l03), e "scavato"(l04) del poeta,
in un incrociarsi di stilemi, inclusi il "cuore fasciato" (Libro
segreto, p. 696) e "il cuore premuto" e "stellato" (Notturno,
p. 151 e p. 309) che il tempus moriendi di Il libro segreto scandisce
entro quella scrittura d'ansia e d'infinito che attraversa il
nostro Novecento. 1) S. QUASIMODO,
"Poesia del dopo guerra", 1957, in Il poeta il politico e altri
saggi (=PP), Milano, Schwarz, 1960, p. 44.
2) S. QUASIMODO, "Dare e avere", da Dare e avere (=D): le citazioni
delle poesie, qui e altrove, sono tratte - quando non sia espressamente
specificato - da Poesie e Discorsi sulla poesia, a cura e con
Introduzione di G.FINZI, Prefazione di C.BO, Milano, Mondadori,1973
p. 235.
3) S. QUASIMODO, "A me pellegnno", Giorno dopo giorno (=GdG),
p. 138.
4) S. QUASIMODO, "Nell' antica luce delle maree", in Ed e' subito
sera, (=ESS) p.44; apparsa prima, con il titolo "Citta' d'isola"
in Oboe sommerso (= OS), Genova, "Circoli", p. 27.
5) S. QUASIMODO, "Parola", OS, ibidem, p. 81, poi in ESS, p. 45.
6) S. QUASIMODO, "Di fresca donna riversa in mezzo ai fiori",
ESS, p 46; (prima in OS, cit., con il titolo "Destarsi,,, p. 35).
7) S. QUASIMODO, "Poesia contemporanea", /1946/, PP. p. 17.
8) S. QUASIMODO, "Discorso sulla poesia", /1953/, PP. p. 23.
9) S. QUASIMODO, "Poesia contemporanea", PP. p. 17.
10) S. QUASIMODO. "Poesia del dopoguerra" [1957], PP, pp 37-45.
11) S. QUASIMODO, "Poesia contemporanea", PP. pp. 9-11.
12) S. QUASIMODO, "D'Annunzio e noi", PP, p 130.
13) Introduzione a Poesia italiana del Novecento, a cura di E.SANGUINETI,
Totino, Einaudi, 1969 pp. XXXI-LXI.
14) P.V.MENGALDO, D'Annunzio e la lingua poetica del Novecento,
in La tradizione del Novecento, Milano, Feltrinelli, 1975, p.
191; cfr., inoltre: Per un'antologia della poesia italiana del
Novecento, in La tradizione del Novecento, nuova serie, Firenze,
Vallecchi, 1987, pp 46-47.
15) S. QUASIMODO, "Forse il cuore". GdG, p. 132.
16) G. D'ANNUNZIO, Notturno, in Prose di ricerca di lotta di comando,
I, Tutte le opere (=DA), a cura di E.BIANCHETTI, collezione "I
classici contemporanei italiani", diretta da G.FERRATA, Milano,
Mondadori, 1966 IV, p. 254.
17) S. QUASIMODO. "Forse il cuore", GdG, p. 132.
18) S. QUASIMODO, "La notte d'inverno", GdG, p. 133.
19) S. QUASIMODO, "Un gesto o un nome dello spirito", in La terra
impareggiabile (=TI), p. 206.
20) S. QUASIMODO. "Al padre", TI, p. 203.
21) S. QUASIMODO, "Visibile, invisibile", TI, p. 197.
22) S. QUASIMODO, "La terra impareggiabile", TI, p. 198.
23) S. QUASIMODO, "Al Padre", TI, p. 203.
24) S. QUASIMODO, "Visibile, invisibile". TI, p. 197.
25) G. D'ANNUNZIO, Il venturiero senza ventura e altri studi del
vivere inimitabile ,in Prose di ricerca, II, DA, p. 12.
26) S. QUASIMODO, PP, p. 11.
27) S. QUASlMODO. "Epitaffio per Bice Donetti", in La vita non
e' sogno, (=VNS), p 151.
28) S. QUASIMODO, "Poesia del dopoguerra", p. 45.
29) G. D'ANNUNZIO, Altri taccuini, a cura di ENRICA BIANCHETTI,
in DA XI, 1976 pp 67-84.
30) Cfr. La Premessa di E. BIANCHETTI all'ultimo volume mondadoriano,
pp. XVII XXII.
31) G . D'ANNUNZIO, Tragedie, I, DA, pp 356-359 et passim.
32) G. D'ANNUNZIO, Cento e cento e cento e cento pagine del libro
segreto di Gabriele D'Annunzio tentato di morire, Prose di ricerca,
II DA, p 707.
33) G. D'ANNUNZIO, Maia, Versi, I, DA, p 728.
34) G. D'ANNUNZIO, in Prose di ricerca, II, DA, p 40.
35) G. D'ANNUNZIO, "Dell'Attenzione", Prose di ricerca, II, DA,
p. 40
36) G. D'ANNUNZIO, in compagno dagli occhi senza cigli, in Prose
di ricerca, II, p. 555.
37) S. QUASIMODO, "Poesia contemporanea", PP, p. 26.
38) S. QUASIMODO, "Parola", ESS, p. 45; cfr. la nota 5 del presente
lavoro.
39) S. QUASIMODO, "19 Gennaio 1944", GdG, p. 129.
40) S. QUASIMODO, "Lettera", p. 128.
41) S. QUASIMODO, "Neve", GdG, p. 130.
42) S. QUASIMODO, "Giorno dopo giorno", GdG, p. 131.
43) S. QUASIMODO, "O miei dolci animali", GdG, p. 136.
44) S. QUASIMODO, "Scritto forse su una tomba", GdG, p. 137; cfr.,
inoltre, "Del mio odore di uomo", ESS, p. 93: "Negli alberi uccisi
/ ululano gli inferni. / Dorme l'estate nel vergine miele."
45) S. QUASIMODO, "Dalla rocca di Bergamo alta", GdG, p 139.
46) S. QUASIMODO, "Presso l'Adda", GdG, p. 140.
47 ) " O VITA, O VITA, / dono terribile del dio / come una spada
fedele,/ come una ruggente face / come la gorgona, come la centaurea
veste; / o Vita, o Vita, / dono d'obli', / come un'acqua chiara,
/ come una corona, / come un fiale, come il miele", Maia, Versi,
I, DA, p. 13.
48) S. QUASIMODO, "S'ode ancora il mare", GdG, p. 141.
49) S. QUASIMODO, "Il traghetto", GdG, p. 144.
50) S. QUASIMODO, "Dialogo", VNS, p. 152.
51) S. QUASIMODO, "Nemica della morte", in Il falso e vero verde
(=FvV), p. 166.
52) S. QUASIMODO "Vicino a una torre saracena per il fratello
morto", FvV, p. 175.
53) S. QUASIMODO "Tempio di Zeus ad Agrigento", FvV, p. 176.
54) G. D'ANNUNZIO Merope Versi, II, DA, p. 951.
55) G. D'ANNUNZIO, "Pamphila", in Poema paradisiaco, Versi, I
DA, p. 688.
56) G. D'ANNUNZIO, Maia, Versi, II, DA, pp. 25 e 213.
57) G. D'ANNUNZIO, "Canto dell'ospite", in Intermezzo, Versi,
I, DA, p.202.
58) G. D'ANNUNZIO, "Offerta votiva", in Intermezzo Versi, I, DA,
p 167-181.
59) G. D'ANNUNZIO, "Taccuino" CXVI, in Taccuini, a cura di ENRICA
BIANCHETTI e R.FORCELLA, DA, p. 1057.
60) G. D'ANNUNZIO, "Cincinnato", in Terra vergine, Prose di romanzi,
II, DA, p. 17.
61) G. D'ANNUNZIO, "Il peccato di maggio", in Intermezzo,Versi,
I, DA, pp. 256-257.
62) G. D'ANNUNZIO, Terra vergine, Prose di romanzi, II, DA ,p.
10.
63) G. D'ANNUNZIO, Terra vergine, Prose di romanzi, II, DA, p.
56.
64) G. D'ANNUNZIO, Prose di romanzi, II, DA, pp. 926-941.
65) S. QUASIMODO, "Lettera", GdG, p. 128.
66) S. QUASIMODO, "19 gennaio 1944", GdG, p. 135.
67) S. QUASIMODO, "La muraglia", GdG, p. 135.
68) S. QUASIMODO, "La notte d'inverno", GdG, p. 183.
69) "E Andrea sentiva un 'aura esotica involgere la persona di
lei, sentiva da lei partire una strana seduzione, un Incanto composto
dai fantasmi vaghi delle cose lontane ch'ella aveva guardate,
degli spettacoli ch'ella ancora serbava negli occhi dei ricordi
che empivano l'anima. Ed era un incanto indefinibile, inesprimibile;
era come s'ella portasse nella sua persona una traccia della luce
in cui si era immersa. dei profumi ch'ella aveva respirati, degli
idiomi ch'ella aveva uditi"; G. D'ANNUNZIO, Il piacere, Prose
di romanzi I, DA, p. 167.
70) S. QUASIMODO, "Il tuo piede silenzioso", GdG, p.145.
71 ) "ogni bene e pur l'ombra del bene si compera con la moneta
che nel diritto ha la volonta' di vivere e nel rovescio la volonta'
di morire non dissimili di figura e di rilievo ma coniate d'un
sol conio di bonissinno acciaio e ora penso che l'immagine mi
falla; perche' il segreto e nel togliere ogni peso alle polpe
e all'ossa, alla palata di terra e alla ghirlanda implicita":
Cento e cento, cit., p. 655.
72) S. QUASIMODO, "Una notte di settembre", D, p. 238.
73) S. QUASIMODO, "Lungo l'Isar", D, p. 239.
74) S. QUASIMODO, "Una notte di settembre", D, p. 238.
75) G. D' ANNUNZIO, "Alla nutrice", Versi, I, p. 729.
76) G. D'ANNUNZIO, "I poeti", Versi, I, p. 729.
77) G. D'ANNUNZIO, "Il rinato", Versi, II, DA, p. 1071.
78) G. D'ANNUNZIO, "Cantico per l'Ottava della Vittoria", Versi,
II, DA, p. 1129.
79) G. D'ANNUNZIO ,"I tributarii", Versi, II, DA, p. 633.
80) G. D'ANNUNZIO, "Le Madri", Versi, II, DA, p. 648.
81) G. D'ANNUNZIO, "L'ippocampo", Versi, II, DA, p. 704.
82) G. D ANNUNZIO. "Sopra un'aria antica", Versi, I, DA, p. 660.
83) G. D'ANNUNZIO, "La canzone di Umberto Cagni", Versi, II, DA,
p. 934.
84) G. D'ANNUNZIO, Maia, Versi, II, DA, pp. 166-290.
85) S. QUASIMODO, "Dalle rive del Balaton", D, p. 240.
86) S. QUASIMODO, "Tollbridge", D, p. 241.
87) S. QUASIMODO, "La chiesa dei negri ad Harlem", D, p. 244.
88) Le Parche "nigrae sorores? erano a me bianche, e di quella
specie di bellezza a me piu' affine e piu' cara", Cento e cento,
cit., p. 670.
89) S. QUASIMODO "Lettera", GdG, p. 128.
90) S. QUASIMODO, "Alle fronde dei salici", GdG, p. 127.
91) S. QUASIMODO, Bacia la soglia della mia casa, pp. 757-813.
92) Cfr. A.DE STEFANO, Un ignoto disperato messaggio di Quasimodo
a D'Annunzio, reperito al Vittoriale degli Italiani e pubblicato
in 1 Incontro di studio: Quasimodo e l'ermetismo, a cura del Centro
nazionale di Studi su Salvatore Quasimodo a Modica nel 1986, p.
95; ed inoltre, in Atti del Convegno nazionale di studi su Salvatore
Quasimodo (organizzato all'Universita' degli Studi di Messina,
dalla facolta' di Lettere e Filosofia, il 10-12 aprile 1985: A.DE
STEFANO, Per Quasimodo e D'Annunzio: considerazioni su "Il fanciullo
canuto", in Salvatore Quasimodo, La poesia del mito e oltre, a
cura di G.FINZI, Bari, Laterza, 1986 pp. 445-458 .
93) S. QUASIMODO, "Lettera alla madre", VNS, p. 159.
94) S. QUASIMODO, "Laude", in Il falso e vero verde (=FvV), p.
181.
95) S. QUASIMODO, "Ai quindici di Piazzale Loreto", FvV, p. 183.
96) S. QUASIMODO, "Un gesto o un nome dello spirito", TI, p. 206.
97) S. QUASIMODO, "Dialogo", VNS, p. 152.
98) S. QUASIMODO, "Colore di pioggia e di ferro", VNS, p. 154.
99) S. QUASIMODO, "Al di la' delle onde delle colline", FvV, p.
174.
100) S. QUASIMODO, "Lamento per il Sud", VNS, p. 149.
101) S. QUASIMODO, "Metamorfosi nell'urna del Santo", ESS, p.
58.
102) S. QUASIMODO, "Spazio", ESS, p. 19.
103) S. QUASIMODO, "Preghiera alla pioggia", ESS, p. 52.
104) S. QUASIMODO, "Un'anfora di rame", TI, p. 202.