Pietro
Mazzamuto L'ultimo Quasimodo di dare e avere
Dare e avere del 1966(1)
e' l'ultima tappa del prodigioso itinerario lirico di Quasimodo
(un viaggio dell'anima, si direbbe, nell'inferno storico del pieno
Novecento) e come tale sigilla in modo specifico la stagione postbellica
e postermetica del suo poetare, ma riassume pure e conclude, a
nostro modesto avviso, l'intera sua vicenda letteraria e culturale.
Per capire questo, dopo le numerose ed esaustive esplorazioni
e riflessioni che se ne sono fatte, dopo gli accertamenti e le
definizioni che se ne sono date sul piano prevalentemente letterario,
tematico e strutturale, linguistico e stilistico (ultimo il libro
di Elena Salibra) (2), riconosciamo la necessita' di una lettura
piu' extratestuale, di tipo fondamentalmente filosofico, per giungere
con minori difficolta' allo specifico storico-culturale contenuto
nell'ultima voce del poeta.
E qui non soccorre tanto il rinvio di Dare e avere ad Essere e
avere (1935) di Gabriel Marcel, sul quale avremo modo di tornare,
quanto l'attenzione a quel complessivo referente storico che e
l'Esistenzialismo e l'Esistenzialismo come filosofia del Decadentismo,
se appare giusta, com'e' giusta, l'ipotesi storiografica di Noberto
Bobbio(3), che vede il pensiero promosso da Kirkegaard e continuato
e sviluppato da Heidegger e Jaspers come "atmosfera spirituale
da cui poesia e arte, pensiero e costume, vengono segnati", se
e vero che il nucleo ideologico del Decadentismo e' di tipo esistenzialistico,
nella misura in cui esso celebra in prevalenza l'uomo staccato
da Dio e dall'universo e ripiegato su se stesso "non per mettere
in evidenza - usiamo le parole di Bobbio - tutta la sua ricchezza,
ma per addossarsene tutta la poverta', per testimoniare non la
continuita' dell'essere, sibbene la "frattura tra essere ed esistenza,,
e per opporre alla "coerenza del pensiero razionale l'inconcludenza
e l'inafferrabilita' di uno stato d'animo, al gaudio ineffabile
di fronte all'essere l'angoscia di fronte al nulla, insomma alla
fiducia dello spirito creativo dell'uomo, che e' propria dell'idealismo
e del positivismo, la sfiducia e la volonta' di distruzione";
se e' vero, infine, come sostiene lo stesso Bobbio, che, insieme
con l'antinaturalismo e col simbolismo, l'ermetismo e, aggiungiamo
pure, il postermetismo s'iscrivono legittimamente nella motivazione
esistenzialistica della decadenza e della crisi dell'uomo contemporaneo,
compresa tra Ottocento e Novecento (sino e, per certi aspetti,
oltre la seconda guerra mondiale): convinzione che in parte nega
la proposta di Enrico Ghidetti(4), ripresa da Anna Storti Abate(5),
di limitare all'ultimo Ottocento, a quello di Fogazzaro, Pascoli
e D'Annunzio, il solo autentico Decadentismo italiano. L'Esistenzialismo
e' quella filosofia della crisi che ancora campeggia nel Novecento
almeno sino al pensiero adorniano e francofortese del "negativo",
il quale sembra non a caso raccogliere, in termini di dialettica,
l'impianto diadico di Heidegger e Jaspers, sviluppando un'utopia,
in chiave sociologica, che coincide grosso modo con gli ultimi
aggiornamenti dello stesso Esistenzialismo. Addirittura, nello
svolgimento storico dell'Esistenzialismo, che, a cavallo della
seconda guerra mondiale, dall'Essere e tempo (1927) di Heidegger
e dalla Filosofia (1932) di Jaspers (quando la loro speculazione
sembra inchiodata ad un ontologismo movimentato al suo interno
solo dal trascendimento dell'esistente verso il mondo o verso
l'essere) va all'Essere e avere (1935) e all'Homo viator (1945)
di Gabriel Marcel e al Marxisme et revolution e a L'existentialisme
est un humanisme (1946) di Sartre (allorche' l'esperienza di trascendenza,
come in Marcel, postulata dall 'analisi gnoseologica, implica
le aperture della "speranza" e dell' "amore" ovvero, allorche'
l'antropologia dialettica, concepita da Sartre, porta alla socializzazione
dell'individuo e alla sua responsabilita' storica), e' lecito
cogliere delle sorprendenti coincidenze con la dinamica della
cultura europea e italiana, prima e dopo la guerra, ed e' lecito
supporre proprio nell'ermetismo e nel postermetismo il suo equivalente
letterario forse piu' omogeneo (anche se un postermetismo talvolta
confuso o frammisto alle istanze del neorealismo o del neofunzionalismo:
si pensi al "nuovo impegno" i Jovine e alla cosiddetta "zona franca"
di "Officina"). A parte la
condizione di fondo che vede l'ermetismo, nella sua piu' vera
e profonda matrice cattolico-esistenziale (il rinvio a Letteratura
come vita di Carlo Bo, del 1938, non e' mai superfluo), impegnato
nell' acquisto e nell'uso di un suo "assoluto" trasferito dalla
filosofia dalla politica e dalla storia nella parola e nella poesia
e percio' di una sua tensione verso l' "essere", vorremmo sottolineare
almeno le due piu' importanti connotazioni della poetica ermetica,
da riportare, non certamente in senso stretto, non con una dipendenza
diretta, all'estetica e alla linguistica presenti nel pensiero
di Heidegger e Jaspers. Ne L'origine dell'opera d'arte, del 1935,
di Heidegger e' chiara la proposta del nascondersi per manifestarsi,
del chiudersi per aprirsi, proprio del linguaggio poetico, che
e' anche il momento in cui l'essere si comunica agli uomini (donde
il significato certo che si da oggi alla cosiddetta oscurita'
o chiusura ermetica di una particolare "forma di comunicazione"
o di "oscurita' travestita", per dirla con Carlo Bo). Nella citata
Filosofia di Jaspers e' ben espresso il concetto che il mistero
o l'essere e' presente solo nel simbolo, la cui lettura percio'
non e' mai esaustiva e la cui indecifrabilita' lascia l'uomo sulla
soglia, nella coscienza della propria finitezza e solo nell'ansia
di superarla.(6).
Ebbene, piu' compiutamente e piu' intensamente del primo Luzi,
o del primo Sereni, o del primo Gatto, piu' di Sinisgalli e Betocchi,
il nostro Quasimodo, nella sua fase prebellica, o come ermetico
in senso stretto, o come "compagno di strada", giusta l'ultima
acquisizione di Carlo Bo, sa esprimere gia' con singolare e originale
pienezza questo codice esistenzialistico dell'essere come mistero
e della parola come strumento bivalente del suo chiudersi e del
suo manifestarsi, come suo simbolo rappreso e insondabile, che
si legge e si interpreta in dipendenza della sua stessa chiusura
e insondabilita', come vita che si afferma in dipendenza della
morte ("io muoio per riaverti", in Nascita del canto)(7). Lo dimostra
il ventaglio delle categorie tematiche usate dal poeta, nella
maggior parte rapportabili a valori primigeni, ad assolutezze
ontiche (per usare termini heideggeriani), a entita' esistenziali,
anche fisiche, interiorizzate sino all'estremo della loro simbolicita'
e della loro filosoficita', della loro assolutezza o archetipicita',
a differenza delle categorie biostoriche privilegiate da Luzi
o di quelle psicologico-naturalistiche presenti nell'ispirazione
di Gatto.
Primo fra tutti lo spazio chiuso, quasi una prigione: "Uguale
raggio mi chiude - in un centro di buio, - ed e' vano ch'io evada"
(in Spazio, di Acque e terre)(8), quanto dire la "chiusa stanza"
di Mai ti vinse notte cosi' chiara(9), lo stesso "tronco" in quanto
ostacolo, se su di esso "si rompono gemme" (Specchio)(10), cioe'
una condizione ideologica che rinvia direttamente o alla "prigione"
marceliana ("la disperazione" )(11), o alla "parete" jaspersiana
"contro cui andiamo a sbattere, contro la quale naufraghiamo"
(12), o al "muro" sartriano, tutt'uno con le "porte chiuse", con
le assurdita' dell'esistenza. Quasimodo si muove nella stessa
direzione, quando intuisce la sua "siepe" quale "confine del mondo"
(la siepe e' la Sicilia, ma la Sicilia, per l'intellettuale siciliano,
da Pirandello a Vittorini, da Quasimodo a Sciascia e a Bonaviri,
e' la "metafora" del reale)(l3) o quando immagina il suo "muro",
fatto di "pietra e odio", alzato "contro di te", contro la tua
debole e inconfondibile individualita', costruito da "muratori"
"uguali", "scuri" e "maliziosi", che scrivono e riscrivono sul
muro i "doveri del mondo", ma usano un "gergo allusivo" (Il muro,
di La terra impareggiabile)(l4). Per non dire dei simboli, poco
decifrabili o indecifrabili di cui e' costellata tutta la sua
ispirazione piu' specificamente "ermetica", dall'acqua al vento,
dal fanciullo alla ragazza morta, dall'isola all'albero, dall'erba
alla marea, dalla notte al giorno. Per non dire ancora della componente
"religiosa", piu' che mai viva e sollecitante nel messaggio jaspersiano,
piu' che mai implicita nel manifesto cattolico o cattolicheggiante
di "Frontespizio" e piu' che mai presente nella prima formazione
lapiriana del poeta ("Mi trovi deserto, Signore - nel tuo giorno
- serrato ad ogni luce. - Di te privo spauro, - perduta strada
d'amore") (Si china il giorno)(15). Non ripetero' quanto e' stato
scritto sulle ragioni storico-politiche dell'ermetismo, del suo
essere letteratura come vita, del suo porsi come solo strumento
praticabile di sopravvivenza e opposizione e anche come difesa
o rifugio (il chiudersi o il celarsi del poeta entro la sua cifra
ermetica) dinnanzi alle insidie non soltanto coreografiche della
dittatura. Mi piace invece sottolineare l'altro suo affine e piu'
filosofico connotato esistenzialistico, che sembra accomunare
ermetismo e postermertismo, quello che si annida nella sua istanza
antihegeliana, di lontana ascendenza kirkegaardiana, di scongiurare
la totalizzazione dell'individuo, l'avventura fagocitante dei
massimalismi dommatici, e di mantenere, per altro verso, la liberta'
della scelta e della possibilita', quanto dire l'eredita' dell'"aut-aut"
kirkegaardiano. Dopo di che non possiamo negare che sia la guerra
il grande drammatico mediatore e commutatore che trasforma simultaneamente,
senza alterarne le piu' genuine connotazioni di partenza, tanto
il filosofo esistenzialista, quanto il poeta ermetico, entrambi
dalla loro angoscia solitaria e dal loro simbolo segreto catapultati
nella storia, costretti a trovarsi e a confrontarsi con gli altri
uomini, a rompere la monade che li teneva chiusi e separati dagli
altri, impegnati a scoprire l'angoscia collettiva e in essa la
possibilita' di essere liberi tutti, sottratti alla nuova tirannide
della tecnologia e della macchina da un lato, degli apparati burocratici
di partito o di chiesa, dall'altro. Ecco perche' l'assunto esistenzialistico-ermetico
dell'antitotalitarismo rimane vivo e vitale ed alimenta sia l'esistenzialismo
socializzato da Sartre e Marcel, sia il postermetismo di Luzi,
Sereni, Gatto e Quasimodo. Ecco perche' nel programma neosperimentale
di "Officina", forse per prevalente merito di Pasolini, c'e' ancora
posto per il disimpegno ermetico, destinato a integrare e a salvaguardare
l'impegno neoralistico. Diciamo anzi che la migliore cultura europea
ed italiana, sul grande esempio di Sartre, tutto rivolto a fare
dell'Esistenzialismo una filosofia della liberta', che servisse
a sconfiggere la "totalita' " sovietica e stalinista, e a fare
del marxismo una sintesi di emancipazioni individuali, si coglie
bene tanto nel dare al marxismo una dimensione critica o scientifica
o antropologica (in Europa, Schaff, Garaudy, Bloch, i francofortesi;
in Italia, Della Volpe, Banfi, Geymonat, Colletti), quanto nell'arricchire
la proposta esistenzialistica sia del suo confermato ruolo di
opposizione alle dittature, sia della sua nuova istanza di proiettare
il singolo nel piu' fecondo emancipatore contatto con la comunita'
(in Europa, Sartre, Marcel, Lavelle, Mounier, Maritain; in Italia,
Abbagnano, Paci, Luporini, Cantoni, Stefanini). In Italia il dibattito
filosofico coinvolge senza remore e riserve l'area letteraria,
sicche', da un lato, Galvano della Volpe, nel 1943, si batte per
l'individualismo, purche' da "romantico" si facesse "realistico
e storico", e Cesare Luporini, nel 1946, insiste nel denunciare
esistenzialisticamente "il volto falso delle sintesi dominanti"
; dall'altro, Elio Vittorini, nel 1945, sembra fare il punto alla
svolta storica tra ermetismo e postermetismo, quando, rivolgendosi
sopra tutto all'area cattolica, non vuole piu' una poesia consolatoria
ma protettrice "dalle sofferenze", quanto dire che l' "occuparsi
del pane e del lavoro" significasse "ancora occuparsi dell'anima"(16).
Questo e' in altre parole il tragitto che porta a Dare e avere.
Tutta l'esperienza ideologica e letteraria, religiosa e politica
di Quasimodo punta cioe' a quella summa finale, a quel traguardo
che la fa progredire e la compendia nella sua complessa interezza.
Al punto che il passaggio dall'ermetismo al postermetismo rimane
un fatto interno alla coscienza culturale del poeta, indirizzata
come appare, prima e dopo, a tutte le prove necessarie all'eliminazione
dell'alienazione e alla conquista della liberta', col ricorso
agli stessi strumenti, quelli della poesia ("La poesia si trasforma
in etica, proprio per la sua resa di bellezza")(l7). Il simbolo
rimane simbolo, anche se trasformato da simbolo chiuso a "simbolo
aperto" (Bo), da simbolo intellettuale a simbolo reale (basta
per tutti In una citta' lontana di Il falso e vero verde: "Non
apparve dal cielo, ma sul prato - d'alga pallida del giardino
nordico - salto' improvviso un corvo giu' da foglie - ripide:
non simbolo, nell'estate - curva d'arcobaleni e piogge: un corvo
- vero...")(18); la retorica rimane retorica, anche se non piu'
la "retorica scarna" ma la retorica "eloquente" (Bonora)(19);
il mito della "terrestrita '", anche come "mito della terra d'origine",
rimane pressoche' inalterato, ma si trasferisce dal metaforismo
orfico mallarmeano della terrestrita inconscia alla "terrestrita
senza mistero", alla "coscienza della terrestrita storica" (Scrima)(20);
la "sindrome del lamento" non ha cambiato suono, solo che s'e'
fatto "lamento" (con movenze anche bibliche) del "dolore di tutti"
(Guglielminetti)(21); il modello antropologico dell'uomo in crisi
con le relative angosce e disperazioni (scrive Carlo Bo: "il poeta
insiste sulla cifra totale della sua delusione") non viene meno,
anche se ne sono state mutate le motivazioni (prima il volto arcigno
dei regimi totalitari, poi il volto non meno ostile e non meno
totalizzante della guerra e della societa' massificata). Non a
caso il Quasimodo prebellico e' dominato dall'immagine direi heideggeriana
della morte, in quanto unica certa autentica "possibilita' " alla
sua propria individuale condizione di essere inchiodato all'esistenza,
se e' vero che e' la morte a tenerlo in vita ("Mi desta la morte",
in Riposo dell'erba), se egli invoca la morte, pur invocandola
come un'immagine spettrale e con la paura e l'angoscia del fanciullo
("Io sono forse un fanciullo - che ha paura dei morti, - ma che
la morte chiama", in Nessuno); se quel tanto di recupero o di
lievito dell'esistenza che avverte, lo deve quasi sempre ad una
prospettiva di caduta, di esilio e di morte ("e in te mi schianto
e risano", di Autunno, ovvero "Lievita la mia vita di caduto,
- esilio morituro", di Foce del fiume Roja) . Quasimodo addirittura
non solo riconosce alla morte il merito del finale ricongiungimento
con l'Assoluto ("E' tuo il mio sangue, - Signore: moriamo", in
Primo giorno), ma ne fa pure, sin d'ora, un prodigioso tramite
al grande dono dell'amore ("Farsi amore un'altra morte sento .
. . ed e' gia' voce e naufragio, - mani che rinascono : - mani
conserte o palma a palma giunte - in distesa rinuncia", in Convalescenza)(22).
La morte ritorna in Giorno dopo giorno ma non solo come espediente
stoico-esistenzialistico di "viverla" per essere autentici e liberi,
sibbene come realta' piu' desolata dell'angoscia filosofica, perche',
essendo la morte fisica, quella reale prodotta dalla guerra, e'
diventata anche storica e percio' sinonimo di effettiva disperazione
individuale e collettiva ("O neppure la morte ora consola - piu'
i vivi, la morte per amore?", in Lettera), perche', appunto, si
e' trasformata nello spettacolo tragico degli altri, dell'intera
citta' ("la citta' e' morta, e' morta", in Milano Agosto 1943)(23).
Tant' e' vero che il poeta ora si sente persino nemico della morte
(Nemica della morte, di Il falso e vero verde) e la madre impreca
veramente e disperatamente per la morte del figlio (Laude 29 aprile
1945, ibidem)(24). Cosi' anche in La vita non e' sogno(25), dinnanzi
ai morti nei campi polacchi di sterminio e nel campo di Buchenwald.
In Dare e avere, scritto dopo l'infarto e il lungo ricovero in
un ospedale russo ("Sono malato", in Varvara Alexandrovna)(26),
dopo cioe' un reale pericolo di morte, la morte ritorna piuttosto
come condizione oggettiva, come possibilita' trasformata nell'autentico
pericolo che essa giunga: "sono io che posso morire da un minuto
all'altro... - posso cadere dalla vita", (ibidem). Torna cioe'
il senso storico della morte, esploso come fatto collettivo in
Giorno dopo giorno e ripreso come fatto privato, personale, qui
in Dare e avere, quando ormai ".... il sangue- delle guerre s'e'
asciugato" (Dare e avere)(27). Cosi', del resto, Gabriel Marcel,
nel citato Diario: "Il male puramente constatato o anche contemplato
cessa di essere il male sofferto... io l'avverto come male nella
misura di cui esso mi tocca, vale a dire in cui io vi sono implicato"(28).
Eppero' a dimostrazione della parentela fra ermetismo e postermetismo
che la silloge contiene, non sfugga un certo recupero o una certa
continuita', in termini di concordia discors, del modo sempre
esistenzialistico di sentire la morte, sopra tutto nel contesto
lirico-analogico che tiene desto il significato di destino e di
prova (la "prova" di Marcel, anche come "funzione della liberta'
") che il poeta attribuisce alla sua condizione esistenziale:
"Scrivo parole e analogie, tento - di tracciare un rapporto possibile
- tra vita e morte" (Il silenzio non m'inganna)(29). Tutto questo,
tanto piu' vero, quanto piu' facciamo attenzione alla particolare
vicenda dell'angoscia, dello scacco, riproposta nei termini del
piu' ortodosso esistenzialismo: "Perdere e' andare di la' - da
un diagramma del cielo - lungo movimenti di sogni, un fiume -
pieno di foglie" (Non ho perduto nulla)(30), quando gli stessi
simboli "ascoltano se stessi, attendono - la risposta futura"
(Nell'isola)(3l) e anche il tempo appare "indeclinabile sul corpo
- che riflette la morte" e "....scrive - una prova di vita" (Impercettibile
il tempo)(32). La stessa morte torna come possibilita' di vita,
anzi come l'unica certezza cui l'uomo guardi per trovare l'autenticita'
che cerca, diviene il suo piu' vero destino di malato e di "emigrante",
che vuol morire per vivere, tanto piu' che non e' lui ma sono
le infermiere, le "giovani e gentil", "monache irlandesi" a non
parlare "mai di morte": ". . . Forse muoio sempre. - Ma ascolto
volentieri le parole della vita - che non ho mai inteso, mi fermo
- su lunghe ipotesi. Certo non potro' sfuggire; - saro' fedele
alla vita e alla morte - nel corpo e nello spirito - in ogni direzione
prevista, visibile. - A intervalli qualcosa mi supera - leggera,
un tempo paziente, - l'assurda differenza che corre - tra la morte
e l'illusione - del battere del cuore" (Ho fiori e di notte invito
i pioppi)(33). C'e' di piu', l'immagine della morte insiste, ma
si fa piu' morbida e tenera, piu' musicale e religiosa: "Non ho
paura della morte" (Varvara Alexandrovna)(34); "Uguale a se la
morte: - una porta si apre, si ode un piano - sul video nella
corsia a tende - di narcotici. Entra nella mente - un dialogo
con l'al di la', - di sillabe a spirale che avvolgono - requiem
su curve d'ombra; - un si o un forse involontario. - Non devo
confessioni alla terra, - nemmeno a te morte oltre la tua porta
aperta sul video della vita" (Una notte di settembre)(35) . Dare
e avere ha cosi' il merito di recuperare, all'interno del contesto
che abbiamo definito esistenzialistico, quella "socialita' " accolta
e vissuta in Giorno dopo giorno come "alterita' 2 esterna, quell'umanita'
che, osservata sui marciapiedi delle citta' trafitte dalla guerra,
ritorna ad essere una componente intima della nuova dialettica
sorta nel travaglio che va dal primo al secondo Esistenzialismo,
nella trasformazione dell'esistenzialismo ontologico in esistenzialismo
socializzato e storicizzato.
Gia', sin da Giorno dopo giorno, Quasimodo condanna l'uomo del
suo tempo (Uomo del mio tempo), perche' rimasto l'uomo della pietra
e della fionda, l'uomo che continua ad uccidere e lo condanna
perche' uccide secondo la logica scientifica cartesiana possessoria
e persecutoria, confutata da Gabriel Marcel in Essere e avere:
"T'ho visto: eri tu, - con la tua scienza esatta persuasa allo
sterminio, - senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora..."(36).
Diciamo allora, senza esistazioni, che sia Gabriel Marcel, sopra
tutto in Essere e avere, il referente culturale complessivo della
sintesi consegnata da Quasimodo alla sua ultima silloge, concepita
e rappresentata come momento finale riassuntivo della problematica
esistenziale e storica vissuta lungo tutto il suo itinerario poetico.
Per questo non abbiamo forse bisogno di ipotizzare un filo diretto
tra il filosofo e il poeta (anche se e' il caso di aggiungere
che il pensiero di Marcel comincia a circolare bene in Italia
sin dagli anni '40, sia attraverso alcune traduzioni delle sue
opere, sia attraverso la saggistica storiografica e filosofica
di un Pareyson, di un Prini, di uno Scivoletto, per citare i piu'
autorevoli), tanto piu' che, in fondo, l'esito teologico e sociologico
dato dal pensatore francese all'Esistenzialismo non solo coincide
o corrisponde, sia pure nei termini generici e approssimativi
propri delle coincidenze e corrispondenze culturali, con le tematiche
e le metodologie quasimodiane che abbiamo esaminato, ma poteva
essere presente nella larga e densa fortuna goduta in Italia,
fra guerra e dopoguerra, dalla cultura cattolica francese, sia
di tipo letterario, sia di tipo filosofico, quella stessa che,
nei confronti di Quasimodo avrebbe potuto servirsi dell'informata
mediazione di un Giorgio La Pira e, perche' no di un francesista
d'alto livello qual e' Carlo Bo (cosi', del resto, Quasimodo nella
nota intervista a Camon: "L'Italia ha sempre imitato la cultura
francese")(37).
Ora, crediamo bene, a questo punto, che la cifra o la sigla filosofico-letteraria
piu' caratterizzante, trasferita per cosi' dire da Essere e avere
a Dare e avere, sia la pregnante categoria del Tu, gia' sperimentata
da Quasimodo nelle situazioni interlocutorie dell'ispirazione
ermetica ("A te piega il cuore in solitudine", di Sillabe a Erato;
"parola tu pure mi sei e tristezza", di Parola)(38), sviluppata
nell'ispirazione postermetica, sopra tutto in La terra impareggiabile,
con un'inclinazione sempre piu' vicina al secondo Esistenzialismo
(".... ti devo parole d'amore"; "Tu copri il loro grido"; "...
l'assiolo - batte il tu. . ."; "tu misuri il futuro"; "Contro
di te alzano un muro")(39) e, alla fine, in Dare e avere con l'esatta
significativa tendenza ad un rapporto di compresenza, che risolve
in noi il dialogo tra l'io e il tu, cosi come in Marcel: "Scotta
la tua mano notturna, Varvara - Alexandrovna; sono le dita di
mia madre... Sei la Russia umana... sei una moltitudine di mani
che cercano altre mani" (Varvara Alexandrovna)(40).
Un dialogo garantito, come nel pensatore francese (e qui le corrispondenze
cominciano a sorprendere) da un "assoluto" esistenzialistico che
gli da sapore e valore ontologico di destino: "e io penso a te
che ascolti - come da alberi immensi. . . e il rumore della morte
nel suo arco - continuo e la mia domanda assoluta - che si chiude.
Essere come potrei essere" (Lungo l'Jsar)(41). Dopo di che non
e' solo la morte, come insiste Cosmo Crifo(42), a dominare il
paesaggio esistenzialistico di Dare e avere, ma l'amore, inteso
nel piu' pieno senso marceliano del trascendimento dell'io e dell'altro
("sappiamo bene - leggiamo nel solito Diario(43) del filosofo
francese - che questo piano del 'se stesso' e dell"altro' puo
essere trasceso: e' trasceso nell'amore...
L'amore gravita intorno a una certa posizione che non e' ne' quella
dell"io', ne' quella dell'altro in quanto altro: e' quello che
ho chiamato il 'tu'), un amore o un Tu il cui fondamento ontologico,
che garantisca la reciprocita' e insieme l'individualita', e una
delle condizioni piu' dichiarate della silloge: "ricorda che puoi
essere l'essere dell'essere - Solo che amore ti colpisca bene
alle viscere" (Solo che amore ti colpisca) (44).
Allo stesso modo, il senso del
tempo legato all'amore, nei termini del "silenzio" e della "speranza":
"... Il presente e' fuori di me... Il silenzio non m'inganna...
Cio' che deve venire e' qui, - e se non fosse per te, amore,
- il futuro avrebbe gia' quell'eco - che non voglio ascoltare
e che vibra - sicuro come un insetto della terra" (Il silenzio
non m' inganna)(45).
Si giunge cosi' al cuore non nascosto e pulsante della silloge,
al dare e avere che non riproduce meccanicamente l'essere e
l'avere, ma lo riproduce quanto meno nella bipolarita' esistenzialistica,
nel confronto culturale e ideologico delle due categorie fondamentali
dell'esperienza esistenzialistica (si pensi per un momento a
Ostacolo e valore, del 1934, di La Senne, ricordato da Marcel),
all'autentico e all'inautentico heideggeriano, nonche' all'essere
e tempo dello stesso pensatore: "Dare e avere. Nella mia voce
- c'e' almeno un segno - di geometria viva, - nella tua, una
conchiglia - morta con lamenti funebri" (Dare e avere), dove
l'avere sta nel non dare ("Nulla mi dai, non dai nulla - tu
che mi ascolti" (ibidem)(46), nel non-amore, nel marchio di
morte (chi aveva ucciso, lo aveva fatto per assenza di amore
e di Cristo) e dove il dare e' segno di vita, di amore, di essere,
di assoluto. L'avere marceliano esprime l'alienazione dell'uomo,
la sua sottomissione alle cose, un possesso del mondo che si
ritorce contro il possessore, l'uso di una ragione astratta,
formalistica, matematica. Ma anche Quasimodo osserva che l'essere
e l'amore, le due entita' che garantiscono l'autentico, nascono
dalla sconfitta di quella ragione, colpita a morte da un reale
piu' vivo, anche se configurato in termini di natura: "Gli uccelli
ti guardano dagli alberi e le foglie - non ignorano che la Mente
e' morta - per sempre, la sua reliquia sa di cartilagine - bruciata
di plastica corrotta" (Solo che amore ti colpisca)(47). Se poi
il termine "Mente", trascritto con la m maiuscola per indicare
la mente sovrana dell'uomo, che e' quella scientifica, creatrice
della bomba atomica, dovesse trasferirsi alla Mente per eccellenza,
all'ente supremo, o Quasimodo ha voluto trasferire l' "assoluto"
("l'essere dell'essere") nella condizione dell'uomo, con un'operazione
di tipo sartriano del Dio mancato, nel presupposto che l'uomo
sia l'essere che progetta di diventare Dio; o Quasimodo (il
che convince molto meno) si e' improvvisato per un momento teologo
della morte di Dio, volendolo liberare della trascendenza scientifica,
di tipo scolastico, e sentirlo piu' vivo e disponibile nella
storia. In entrambi i casi, la supposta fortuna del cattolico
Marcel nel pensiero quasimodiano non appare compromessa Qualora
ne venisse un rapporto contradittorio di bestemmia - fede, del
tipo Rimbaud-Maritain, potremmmo rispondere con il commento
di Carlo Bo, che ricorda le parole dello stesso Maritain ("Ce
que Rimbaud n'a pu faire, l'amour la fera")(48) e con il discorso
esistenzialistico di Sergio Solmi, che puo' fare da epigrafe
a tutta la poesia di Quasimodo, a tutto il suo "assurdo contrappunto"(49)
giuocato tra la possibilita' dell' "assurdo" e l'impossibilita'
di negare il "Dio dei tumori" e il "Dio del fiore vivo", fondato
dunque sulla certezza del "thanatos athanatos" (Thanatos athanatos)(50),
in una parola a tutta la sua sofferta ideologia esistenziale
e storica, sino a Dare e avere: "Il paradosso della lirica moderna
sembra consistere in questo: una suprema illusione di canto
che miracolosamente si sostiene dopo la distruzione di tutte
le illusioni"(5l).
1) S.Quasimodo, Milano, 1966.
2) E.Salibra, S.Quasimodo, Roma, 1985. Ma e' pure doveroso ricordare
gli atti del convegno modicano del 15- 16 febbraio l984, raccolti
da O.Galfo in Quasimodo e l'ermetismo, Modica, 1986; e quelli
del convegno messinese del 10- 12 aprile 1985, raccolti da G
. Finzi, in S. Quasimodo - La poesia nel mito e oltre, Bari,
1986.
3) N.Bobbio, La filosofia del Decadentismo, Torino, 1944. Per
quanto concerne l'Esistenzialismo in generale, basti il rinvio
a uno degli ultimi saggi piu' significativi: P.Prini, Storia
dell'esistenzialismo, Roma, 1971.
4) E Ghidetti, Il decadentismo, Roma, 1976.
5) A.Storti Abate, L'eta' giolittiana, Palermo, 1978. pp. 114
e 164-5.
6) Specifiche e utili indicazioni al riguardo, in R.Salina Borello,
Oltre l'arco chiuso. Dicibilita' dell 'indicibile in S. Quasimodo,
in S. Q. La poesia nel mito. . . cit. pp. 217-44.
7) "Nessuna cosa muore, - che in me non viva" (Seme) . Citiamo
da Ed e' subito sera, con un saggio di S.Solmi, Milano, 1942,
pp. 77 e 106.
8) Ed e' subito sera, cit. p. 129.
9) Ibidem, p. 134.
10) Ibidem, p. 137.
11) G.Marcel, Diario e scritti religiosi, a cura di F.Tartaglia,
Modena, 1943, p. 177.
12) K.Jaspers, Philosophie, Berlin, 1956, II, p. 203.
13) Sul tema della siepe, rimandiamo a G.Innamorati, La siepe
di Quasimodo, in AA.VV. Dialogo tra sud e nord -Quasimodo oggi,
Palermo, l982, pp.5l-66; e a G.Santangelo, La siepe Sicilia, Palermo,
1985, pp. 412-33.
14) S.Quasimodo, La terra impareggiabile, Milano, 1958, p. 25.
15) Trovasi in Acque e terre, cfr. Ed e' subito sera cit. p. 128.Utile
il rinvio, sulla religiosita' quasimodiana, a R.Grillo, Fermenti
religiosi nella poesia di S.Quasimodo, in AA.VV.Q.: l'uomo e il
poeta, Assisi, 1983, pp . 200-220; a G . Barone, Il poeta e il
santo. . . in Q. e l 'ermetismo cit. pp.43-72; e ad A.P.Mundula,
Il sacro nell'iter quasimodiano, in S.Q. La poesia nel mito, cit.
pp. 325-46.
16) E.Vittonni, Cfr. "Il Politecnico", 29-lX-1945,1 . Hanno un
sapore vittoriniano le note dichiarazioni di Quasimodo: "La guerra
ha interrotto una cultura e proposto nuovi valori dell'uomo" (Discorso
sulla poesia, in Il falso e vero verde, Milano, 1956, p. 89).
17)Quasimodo, Discorso sulla poesia, cit., p.88. Sulla continuita',
convincenti alcune osservazioni di M.Petrucciani, in Q. ermetico,
in Q. e l'ermetismo cit. pp. 21-42
18) Ed. cit. pp. 14-15.
19) E.Bonora, Stona della letteratura italiana, Tonno, 1976, p.
793.
20) M.Guglielminetti, Lineamenti di storia della letteratura Italiana,
Firenze, 1980, p. 575.
21) P.Scrima, Semantica delle immagini nella lirica quasimodiana,
in Dialogo.. . cit. pp. 15-33.
22) Citiamo da Ed e' subito sera, cit., pp. 78, 138, 90, 91,107,100.
23) S. Quasimodo, Giorno dopo giorno, con una introduzione di
C. Bo, Milano 1947, pp. 42 e 48.
24) Ed. cit. pp. 10 e 27-8.
25) S.Quasimodo, La vita non e' sogno, Milano, 1959.
26) Ed. cit. p. 16.
27) Ibidem, p. 13.
28) Ed.cit.p.133.
29) Ed.cit.pp.31-2.
30) Ibidem, p. 46.
31) Ibidem, p. 47.
32) Ibidem, p. 52.
33) Ibidem, p. 56.
34) Ibidem, p. 16.
35) Ibidem, p. 20.
36) Ed. cit. p.60. Non dimentichiamo le polemiche quasimodiane
contro le "geometrie astratte", le "avventurose macchine teoriche",
le "catene ancora da rompere" (Discorso sulla poesia cit.). Quanto
alle riflessioni di G.Marcel sull' "avere" come possessione "objectivee"
e "mortifiee" dell'uomo, come "tyrannie" e alienazione, rinviamo
a Etre et avoir, Paris, Aubier, 1935, pp. 162, 212, 220-1, 240-4;
e a Diario cit. pp. 120-22, 127-32.
37) F.Camon, Il mestiere di poeta. Autoritratti critici, Milano,
1965, p. 93 ss.
38) Ed e' subito sera cit . pp. 49 e 80. Sul passaggio dal "lui"
al "tu" in Marcel, v. Etre et avoir cit. p. 152.
39) Ed. cit. pagg. 14,15,17, 25.
40) Ed cit. p. 16.
41) Ibidem, p. 22.
42) C. Crifo', Il senso della vita e della morte nell' ultimo
Q., in " Studium" nov. 1970. Si veda pure P.Mazzamuto, L'ultimo
Q., in "Nuovi Quaderni del Meridione" 1968 23.
43) Ed. cit. p. 130.
44) Ed. cit. p. 18. Sul valore dell' amore come pienezza dell'
essere e dell' essere corne modo di donarsi v. G.Marcell Etre
et avoir cit. pp. 99 196 216 219-222. Di Etre et avoir esiste
una edizione italiana presso Guanda (Modena 1943).
45) Ibidem, p. 32.
46) Ibidem, p. 13.
47) Ibidem, p. 18.
48) C.Bo, Otto studi, Firenze 1939, p. 226.
49) S. Quasimodo, Poesie e discorsi sulla poesia, a cura e con
introd . di G. Finzi, Milano, 1971, p.150.
50) S.Q.. La vita non e' sogno, cit. p. 158.
51) S.Solmi, Introduzione a Ed e' subito sera, cit. p.6.